Sirente Velino, «no» al cambio dei confini

Il Cai di Avezzano alla Regione: «Nel Parco zone da proteggere». Chiesto lo stop alla caccia ai cinghiali
AVEZZANO. Il Cai di Avezzano contrario alla riperimetrazione del Parco regionale Sirente Velino e alla caccia al cinghiale fuori dai comuni di residenza in periodo Covid. La sezione di Avezzano del Club alpino italiano, che conta 400 soci e che si occupa della frequentazione e della tutela della montagna dal 1929, si era detta contraria già in sede di consiglio direttivo. Accompagnatori d’escursionismo, accompagnatori sezionali d’escursionismo e soci dalla pluriennale esperienza d’attività in ambiente, conducono da generazioni un’opera di marcatura e mantenimento dei sentieri escursionistici dei massicci del Velino e del Sirente. Pur insistendo l’attività sezionale nei versanti meridionali delle catene sopra citate, la sezione di Avezzano ha dal principio avvertito «la portata globale della riduzione programmata».
«Crediamo vivamente», affermano dal Cai, «che i nostri interessi di tutela non sfumino oltre i confini degli itinerari maggiormente frequentati dai nostri soci, ogni cima dell’Appennino, ogni omino in pietra e ogni prateria d’alta quota è casa nostra».
In linea con quanto già espresso da una lettera indirizzata dal presidente generale del Club, Vincenzo Torti, al consiglio regionale abruzzese, la sezione sottolinea che «la natura delle zone destinate alla riperimetrazione è quella di zone di protezione speciale e di siti di interesse comunitario. L’orientamento, più volte manifestato dalle istituzioni regionali, volto a liberare il territorio dai vincoli ambientali», chiariscono, «ci preoccupa oltremodo per l’ordinanza emanata dal vicepresidente della Regione, con varie deleghe, tra cui Agricoltura, Caccia e pesca, sollecitato dalla categoria dei cacciatori, che consente la caccia con braccata al cinghiale al di fuori del territorio comunale in piena emergenza Covid». Con un’ordinanza, l’assessore Emanuele Imprudente ha recepito la richiesta di riaprire la caccia poiché, secondo gli interessati, il periodo di chiusura determinato dall’inquadramento regionale in zona rossa e poi arancione starebbe provocando un aggravamento dei danni alle colture causati dai cinghiali. Secondo il Cai, però, «non possono esserci altre motivazioni, al di là della tutela della salute pubblica, a favore della mobilità di certe categorie e non di altrettante altre che versano in gravi difficoltà economiche a causa della chiusura forzata delle attività commerciali». (p.g.)

