Snam, ecco il dossier degli ambientalisti: l’impianto non serve
Lo studio del comitato no hub confuta i dati della società: «Consumi di gas in calo, introiti solo dai rincari in bolletta»
SULMONA. I consumi di gas scendono, ma la Snam insiste sulla necessità di costruire la centrale di Case Pente e il metanodotto Sulmona Foligno. Perché? I motivi del fronte del no al progetto sono contenuti nello “Snam affair”. Un dossier di ben 53 pagine a cura del Coordinamento no hub del gas, che smonta le teorie alla base della necessità di nuovi impianti, partendo dagli stessi assunti e dati della società italiana di metano.
Il documento, che è stato anticipato ieri alla stampa, sarà illustrato oggi nell’appuntamento conclusivo della Carovana no hub del gas che ha toccato cinque regioni (Marche, Umbria, Lazio, Molise e Abruzzo), legate dal passaggio del metanodotto (dei cinque tratti quelli non ancora autorizzati sono i due sull’Appennino, mentre i due in Puglia sono stati realizzati, più quello in Emilia Romagna autorizzato ma non realizzato). Per la presentazione al pubblico del dossier si dovrà attendere l’evento delle 16.30 di oggi, ridimensionato per il Coronavirus, che ha imposto di riempire solo 70 posti sui 200 disponibili del Pacifico. Il tutto sarà anticipato in mattinata con un sit-in alle 12 a Case Pente. «Noi percorreremo la strada politica, che deve prendere atto dei fatti nuovi intervenuti sull’area frequentata dagli orsi e sui consumi di gas che vanno riducendosi», interviene Mario Pizzola per i comitati cittadini per l’ambiente, «la Via va rivista: è che si basi il tutto su un provvedimento datato 10 anni».
«Quella Via si basava sull’assunto che il metano era energia pulita», aggiunge Giovanna Margadonna, «cosa ora sbagliata». Come sono sbagliate per gli ambientalisti le previsioni della Snam sui consumi di gas, messe in evidenza dal dossier. Nel 2005 si registra il massimo storico dei consumi con 86,2 miliardi di metri cubi di gas. Poi i valori scendono, con una rete che nel frattempo si è amplia e arriva a 13 centrali. Oggi si consumano 74 miliardi di metri cubi annui (dato 2019) e Snam prevede una riduzione al 2030 a 68 miliardi, che il governo abbassa a 59 (il 32% in meno rispetto al picco del 2005 e il 20% in meno sui consumi del 2019). Dunque perché costruire nuovi impianti? «Per gli incassi milionari che arriveranno dalle bollette degli italiani, dove saranno caricati tutti i costi delle nuove infrastrutture», spiega Pietro Di Paolo, tra i promotori dello studio. A ciò si aggiunga la delibera 119 del 2019 di Arera, l’Autorità di regolazione energia reti e ambiente, che riconosce una remunerazione del capitale investito del 5,7%, più un altro 1,5% in caso di opere strategiche e il 5,3% per il riconoscimento delle spese. «Ecco perché», conclude Di Paolo.
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