Sottoservizi, ora il consiglio è chiamato a fare delle scelte
Resta da avviare il secondo stralcio: 5 lotti (già appaltati) e 40 milioni da spendere Nodo sulle modifiche al progetto, non più “tunnel intelligenti” ma altre soluzioni
L’AQUILA. Alla fine del 2012 il progetto per realizzare i sottoservizi anche (c’erano più ipotesi) attraverso “tunnel intelligenti” prese quota. Il dibattito si inserì in quello più ampio di una “grandeur” aquilana che nei “tunnel” vedeva il proiettarsi della città direttamente nel futuro con tecnologie fino ad allora mai viste e che avrebbero trasformato il capoluogo in un “laboratorio” che tutto il mondo avrebbe invidiato. L’allora ministro Fabrizio Barca (governo Monti) accettò l’idea, in Comune c’era grande entusiasmo e la Gran Sasso acqua, stazione appaltante, si mise al lavoro. Venne fatta una regolare gara e all’impresa vincitrice venne affidata la realizzazione sia del progetto esecutivo che dei lavori. Ed è l’impresa che con una offerta migliorativa concretizzò l’ipotesi del tunnel.
GLI INTOPPI
Chi all’epoca sostenne il progetto dice che i fatti hanno dimostrato che l’opera era realizzabile e infatti il primo stralcio è stato completato e sta consentendo la ripavimentazione di gran parte del centro storico. In realtà però sono stati i problemi e gli intoppi rilevati durante i lavori del primo stralcio – se pur superati – a “frenare” l’avvio del secondo stralcio (diviso in 5 lotti anch’essi già appaltati). Chi ha curiosità e vuole saperne di più su tali “intoppi” deve andare a leggersi (è scaricabile dall’albo pretorio del Comune dell’Aquila) la delibera di giunta comunale numero 108 del 24 febbraio 2020.
LA CONVENZIONE
Con quella delibera la giunta approvò una convenzione con la Gran Sasso acqua che aveva l’obiettivo di facilitare la realizzazione del secondo stralcio eliminando al massimo gli intralci burocratici (autorizzazioni e quant’altro) emersi in precedenza. È proprio quella convenzione che oggi quasi tutti i consiglieri comunali chiedono venga portata in consiglio (anche se nel 2020 non c’era finita) per modifiche che in sostanza significherebbero “archiviare” il tunnel e “riesumare” le polifere. Potrebbe nascere un problema di spesa. I 5 appalti sono stati già affidati e le imprese potrebbero chiedere i danni perché le polifere costano meno dei tunnel. La soluzione però ci sarebbe: la potenziale differenza di valore fra i due appalti (pare del 40 per cento in meno in caso di polifere) verrebbe coperta dalla necessità di far fronte comunque all’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime (per la ricostruzione privata ad esempio, di recente è stata riconosciuta una maggiorazione del 20 per cento). Tutto risolto quindi? Forse.
IL NODO GESTIONE
Il consiglio comunale dovrà pronunciarsi anche sulla futura gestione e chiamare alla discussione gli “enti gestori” che il tunnel l’hanno “digerito” un po’ a fatica fermo restando che il passaggio del gas era stato escluso già in origine. La delibera del febbraio 2020 ha un suo interesse non solo perché approva la convenzione per i lavori del secondo stralcio (che per il primo stralcio non c’era) ma soprattutto per gli allegati. È da quei documenti che si capisce perché si è arrivati al “pantano” di oggi. A evidenziare problemi e difficoltà già alla fine del 2019 non furono Comitati spontanei, ambientalisti, privati cittadini, avversari politici o “teste calde”. Furono gli uffici comunali con i loro dirigenti a “imporre” prescrizioni che solo a leggerle fanno venire il mal di testa. A titolo di esempio basta vedere quello che scrive il settore Rigenerazione urbana, mobilità e sviluppo in un passaggio del parere: «Sotto il profilo della mobilità urbana si rileva che il progetto non dà conto di aver adeguatamente valutato che le aree investite dal progetto stesso sono ormai diffusamente abitate e che, pertanto, la sua cantierabilità è comunque subordinata a un adeguato studio di percorsi alternativi, veicolari e pedonali a servizio degli abitanti, delle attività commerciali e dei numerosi cantieri già aperti. Invero, anche dove l’opera dovesse svolgersi in contesti – ormai non più facilmente rinvenibili – ove già non vi sia residenza e fervore di opere di ricostruzione, dovrebbe comunque tenere in adeguato conto l’esercizio dei normali diritti e obblighi dei proprietari, che devono essere posti nelle condizioni di svolgere e proseguire le dovute operazioni di custodia dei propri immobili. Tale aspetto è tanto più essenziale quando si consideri la sostanziale aleatorietà dei tempi di esecuzione, legati a contingenze la cui preventiva individuazione (ovviamente nei limiti del possibile) avrebbe richiesto un livello di approfondimento progettuale fin qui non riscontrato». In poche parole anche un privato, se volesse, potrebbe bloccare tutto.
È TEMPO DI DECIDERE
Ora tocca al consiglio trovare una soluzione per non rischiare un flop, se pur parziale, che non farebbe fare una bella figura a una città che nel post sisma ha ricevuto (per ora) quasi 25 miliardi di denaro pubblico.
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