Spiato e bloccato in casa, nei guai i vicini

La Cassazione interviene in una lite tra famiglie e dà ragione alla Procura: anziano minacciato e molestato
MONTEREALE. È finita davanti alla Corte di Cassazione una annosa “lite” fra due famiglie di Montereale. Lo scontro nasce dalla contesa su una servitù di passaggio che una delle due famiglie pretende e l’altra nega. Di mezzo ci sono cause civili e un procedimento penale con tre indagati, tutti dello stesso nucleo familiare.
I tre furono accusati di atti persecutori «per avere con plurime condotte reiterate, consistite nel posteggiare ininterrottamente un’auto, oggetto di sequestro, in modo da rendere impossibile il transito di qualsivoglia veicolo così impedendo alla persona offesa di esercitare il passaggio». Inoltre i tre avrebbero «minacciato e molestato un anziano ingenerando in lui un perdurante e grave stato di ansia e paura» e interferito nella vita privata altrui servendosi «di una videocamera wireless con obiettivo puntato sul domicilio della parte offesa al fine di controllarne i movimenti, procurandosi indebitamente immagini e informazioni attinenti alla sua vita privata». E non mancava fra le accuse «l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni».
La Procura aveva chiesto per i tre l’emissione di una «ordinanza applicativa della misura cautelare personale del divieto degli indagati di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle parti offese». Ordinanza che il Tribunale del riesame annullò in quanto ritenne «insussistente il fumus del reato di atti persecutori». Per quanto riguardava la telecamera per il Tribunale «essa riprendeva al più il cancello della proprietà della parte offesa e la parte esterna, che non sono luoghi riservati, mentre pur sussistendo gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati per il reato di esercizio privato delle proprie ragioni mediante violenza alla persona, commesso con il parcheggiare reiteratamente l’auto in modo da impedire il passaggio alla parte offesa, tuttavia l'entità della pena prevista non consentiva l'applicazione delle misure cautelari personali». La Procura ha fatto ricorso e l’ordinanza è stata in parte annullata. La Cassazione ha detto sì a due motivi del ricorso. In primo luogo si dà ragione alla Procura in quanto «la telecamera è posizionata sul balcone degli indagati e costantemente indirizzata a riprendere immagini in prossimità della recinzione della proprietà della parte offesa e soprattutto – pare – dello spazio esterno adiacente all'abitazione, ossia del cortile dell'abitazione che quindi non può non considerarsi parte di una privata abitazione».
Accolto anche un secondo motivo del ricorso. La Cassazione ritiene infatti legittima la richiesta di sequestro dell’auto degli indagati, auto che veniva posta per impedire il passaggio. Ora la parola torna al Tribunale del riesame che dovrà rivedere la sua decisione alla luce di quanto stabilito dalla Cassazione.
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