Stop alla fuga delle famiglie

Le abitazioni demolite potranno essere ricostruite o riacquistate solo nello stesso comune
L’AQUILA. C’è chi ha acquistato una casa al mare, chi ha preferito la montagna o una grande città, Roma e Milano tra le più gettonate. Ma da oggi l’operazione “casa equivalente”, che i costruttori hanno ribattezzato “esodo equivalente” subirà uno stop. Le abitazioni demolite potranno essere ricostruite o riacquistate solo nello stesso comune. L’VIII commissione permanente ambiente e territorio della Camera ha approvato un emendamento congiunto, primi firmatari Filippo Piccone e Paolo Tancredi (Ncs), Antonio Castricone (Pd) e il capogruppo di Fi, Renato Brunetta, che blocca l’opportunità di sostituire abitazioni gravemente danneggiate dal sisma del 2009 acquistando case fuori città. Dal 2009 ad oggi sono 700 le richieste di abitazioni equivalenti. Oltre la metà fuori la provincia dell’Aquila.
FUGA DI MASSA. Il primo a lanciare l’allarme, sulla scorta dei dati, è stato proprio il Comune dell’Aquila preoccupato dalla fuga di massa che si è verificata dopo il terremoto del 6 aprile in base alla possibilità offerta dal decreto 39, poi legge 77. Spulciando le carte emerge un dato inconfutabile: 350 famiglie hanno lasciato la città per trasferirsi altrove. Hanno acquistato case sulla costa, in montagna e in grandi città come Milano, Roma, Ancona. Un’operazione immobiliare del valore di 90 milioni di euro.
ESODO LEGALIZZATO. Esulta il presidente dell'Ance, Ettore Barattelli, che ha affiancato il Comune nella battaglia contro l’emorragia demografica in atto. «L’emendamento passato in Commissione, che sarà portato all’attenzione del Senato», spiega Barattelli, «blocca la possibilità di acquistare, usufruendo dell’abitazione equivalente, fuori dal comune di residenza. Si ferma così un esodo legalizzato che va avanti da otto anni e che ha pesantemente minato il tessuto sociale ed economico della città». Alla stesura degli emendamenti hanno lavorato congiuntamente Comune, Regione, Ance e parlamentari abruzzesi.
VIA 90 MILIONI DI EURO. Circa 90 milioni di euro di fondi statali destinati alla ricostruzione dell’Aquila sono finiti altrove. Questo, secondo l’Ance, il danno più evidente a cui si somma la fuga di professionisti, che sono andati a vivere altrove. Risultato: 350 famiglie hanno lasciato L’Aquila. A conti fatti, circa mille aquilani oggi studiano e lavorano in altre città. «In parte il danno è stato fatto», evidenzia Barattelli, «ma è ancora possibile porre un freno a un sistema che ha agevolato lo spopolamento del territorio. La ricostruzione dell'Aquila è al 50%: si può ancora fare qualcosa per stimolare la rinascita e gli investimenti».
DANNO ECONOMICO. L’operazione casa equivalente, così come concepita finora, ha prodotto secondo l’Ance una serie di danni: lo spopolamento del territorio, depauperato di una fascia medio-alta di popolazione, con buona capacità di spesa ed elevato livello culturale. A cascata, sono stati investiti 90 milioni di euro, tolti dall’Aquila, in operazioni immobiliari che hanno arricchito altre zone dell’Abruzzo o, addirittura, fuori regione. Infine, la beffa per il Comune che si ritrova a gestire abitazioni danneggiate da rimettere sul mercato, cercando di farle fruttare.
ABITAZIONI VUOTE. Sono migliaia le abitazioni ristrutturate rimaste sfitte e invendute. A fronte di 4.500 alloggi del progetto Case e circa 1.500 Map, un patrimonio abitativo che verrà messo sul mercato a prezzi esigui, a cui si sommano circa 4.800 casette in legno provvisorie, il mercato immobiliare aquilano langue. A dirlo è l’Ance che calcola centinaia di case sfitte e invedute: appartamenti nuovi o ristrutturato a regola d’arte, con le migliori tecniche antisismiche, che restano vuote e chiuse per mancanza di domanda.
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