Studi sulle spoglie del beato monaco Bassand

Gli esami dell’anatomopatologo Ventura sui resti del religioso francese conservati nella basilica
L’AQUILA. Una malattia della pelle, forse una dermatite, accompagnò negli ultimi anni della sua vita il beato Bassand, monaco celestiniano di origine francese, nato a Besançon nel 1360 circa e morto all’Aquila nel 1445, le cui spoglie per secoli sono state conservate nella basilica di Collemaggio, dove sono tornate a ottobre scorso dopo essere state portate via a seguito del sisma.
A rivelarlo è stata la ricognizione del corpo voluta dall’arcivescovo metropolita, cardinale Giuseppe Petrocchi, approvata dal Vaticano, e condotta da Luca Ventura, anatomopatologo dell’ospedale San Salvatore. Il corpo di Jean Bassand, mummificato con una particolare tecnica a base di calce, era stato portato via dalla basilica a seguito del terremoto del 2009.
Dopo alcuni sopralluoghi, il recupero del corpo e le procedure peritali di ricognizione sono partiti circa un anno fa.
LE MACCHIE SUL VOLTO. «Già nel corso di un sopralluogo tecnico preliminare nel 2017 ebbi modo di constatare le buone condizioni di conservazione del corpo», spiega Ventura. «La veste monastica consentiva di apprezzare soltanto il volto, le mani e il piede destro. La cute appariva assai ben conservata, probabilmente proprio per l’azione disidratante e antisettica della calce posta sul cadavere. Un esame più accurato delle fotografie digitali scattate durante il sopralluogo rivelava particolari sorprendenti: numerose placche tondeggianti (almeno 19) del diametro inferiore al centimetro erano chiaramente visibili sul volto della mummia».
LA POLEMICA. «Segnalammo il caso su una rivista internazionale di paleopatologia (Paleopathology Newsletter), ipotizzando per la curiosa eruzione cutanea la diagnosi di cheratosi seborroica, patologia assai frequente nei soggetti anziani», continua il medico.
«A breve distanza di tempo, un gruppo internazionale di ricercatori contestò con molta decisione (e poco stile) tale ipotesi su una seconda rivista (Medical Hypotheses). Nel criticare aspramente l’approccio metodologico seguito, questi studiosi non fornivano alcun dato aggiuntivo capace di sciogliere l’arcano. Apparve scontato, quindi, ribattere le loro affermazioni sulla stessa rivista, anche per correggere alcune imprecisioni e contraddizioni. Così, il nostro Bassand, dopo più di un secolo di oblio», spiega il dottor Ventura, «è salito prepotentemente alla ribalta delle cronache. Il suo caso ha “infiammato” l’editoria scientifica e vanta già tre contributi nella letteratura scientifica internazionale».
UNA MALATTIA? Lo stato attuale degli studi non consente di dimostrare scientificamente la natura esatta delle formazioni sul volto del beato.
«Più di una condizione patologica può dar vita a un quadro simile e non è escluso possa trattarsi di alterazioni successive alla morte», spiega Ventura. «C’è quindi bisogno di accurati esami strumentali per dirimere ogni dubbio. La ricognizione canonica, condotta utilizzando metodologie particolarmente avanzate, ha fornito una mole enorme di dati e di reperti, tuttora in fase di studio. Nel corso delle operazioni peritali sono state prelevate alcune delle formazioni cutanee, presenti anche sul torace e sulle braccia della mummia. Contiamo quindi di svelare il “mistero” al più presto, mediante il ricorso ai sofisticati mezzi di indagine in dotazione all’Università dell’Aquila. Grazie alla disponibilità e alla competenza del dottor Lorenzo Arrizza del Centro di Microscopie, già attivo in questa delicata fase» conclude l’anatomopatologo, «abbiamo pianificato una serie di test analitici che ci permetteranno di stabilire la natura esatta di tali lesioni».
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