Taccone, così l’Italia scoprì l’eroe dei poveri

4 Maggio 2023

Anniversario da celebrare: 60 anni fa i quattro trionfi di fila al Giro

AVEZZANO. La maglia verde con la striscia bianca della Lygie avanza tra due muri di neve. Disegna i tornanti, accarezza il cielo, risplende sotto la luce dei monti candidi. Lui, in punta di sella, stringe i denti e mulina le gambe. Inghiottito un centinaio di metri, si alza sui pedali con un quell’andare non troppo leggiadro ma dannatamente efficace. Danza tra le nevi eterne e le montagne antiche. Poi torna accovacciato sulla bicicletta, stringendo il manubrio come fosse la sua àncora di salvezza. È quasi una liturgia, un inno alla fatica, una cavalcata solitaria e selvaggia. Pochi chilometri più a valle, quando il traguardo di Moena alberga ancora nella fantasia, Vito Taccone fugge dal gruppo per sfidare l’utopia. Aveva convinto qualche disgraziato a seguirlo in quell’impresa, lasciandosi alle spalle la maglia rosa di Vittorio Adorni e il drappello dei migliori. Poi il Camoscio rimane solo: prosegue il suo pellegrinaggio tra le Dolomiti avvolte nel silenzio, manda giù i colli uno dietro l’altro, si invola in solitaria verso il traguardo. Vince alla maniera di Coppi e Bartali: l’omaggio di Taccone al ciclismo dei pionieri. Era il Giro d’Italia 1963 e, prima dell’impresa di Moena, il Camoscio aveva vinto quattro tappe consecutive ad Asti, Oropa, sul Leukerbad e a Saint-Vincent.
Le vittorie
Taccone chiuse sesto in classifica e quel Giro se lo portò a casa Franco Balmamion, la perfetta nemesi del ciclista avezzanese. Lui, Vito, era impeto e follia. L’altro, Franco, era invece prudenza e strategia. L’istinto contro la ratio. La pancia, affamata e mai sazia, contrapposta alla testa, ricolma di tattiche e binari da seguire. Taccone era Avezzano, la campagna che sbuca tra le alture; Balmamion era Torino, l’antica capitale popolata da industriali e operai. Simboleggiavano tradizione e progresso, il lavoro contadino e quello operaio. Ingaggiarono un duello impari: la regolarità del piemontese ebbe la meglio sull’istinto incendiario dell’abruzzese. Ma Taccone fu eletto a vincitore morale. «D’altronde mio padre ripeteva che nello sport, così come nella vita, per essere vincenti non bisogna per forza essere vincitori. Era una delle frasi che lo contraddistingueva», racconta il figlio Cristiano. Cosa significava allora vincere per Taccone? «Aver dato l’anima, aver messo in difficoltà gli avversari, non avere nessun rimorso. Per lui, si poteva vincere senza arrivare primi».
il ritorno ad avezzano
L’espressione stupefatta e l’abito elegante stonavano con la fama di personaggio sopra le righe che portava con sé. E così, acclamato ai piedi del municipio e davanti a una piazza in festa, Taccone interpretò il ruolo che meglio gli riusciva: essere se stesso. Prese in mano il microfono e finalmente si sciolse: «Cosa facevate se vincevo il Giro d’Italia?». Il dolcevita e la giacca scura tradivano le umili origini e il mito del contadino diventato campione. Lo catturò un cartello che spuntava tra la folla: «Coppi + Bartali = Taccone». «Forse è un pochettino troppo», ammise candidamente il Camoscio. Un corteo di 150 automobili lo aveva accompagnato da Roma fino ad Avezzano, al rientro dal Giro d’Italia del 1963. Era il 17 giugno. Quel giorno, settantamila persone lo applaudirono lungo il tragitto. Vito si affacciava su un’auto bianca scoperta, stringendo mani e salutando la folla. Il popolo era ai suoi piedi. Davanti a una piazza della Repubblica in tripudio, il megafono urlava: «Avezzano sportiva e tutto l’Abruzzo è grato a Vito Taccone per le sue imprese al 46esimo Giro d’Italia». Poi prese la parola il sindaco Alcide Lucci, che parlò di «muscoli di scalatore incomparabile». Taccone fu premiato con una targa d’oro e cinque medaglie dorate, ciascuna per ogni tappa vinta. Ma il bottino fu ancora più cospicuo: 38 mazzi di fiori, cinque damigiane di vino e un buon prosciutto di montagna. La folla rese così omaggio al suo re.
l’eroe
I cinque successi alla corsa rosa resero Taccone un vero e proprio eroe. I tifosi si innamorarono dell’indole battagliera e della schiettezza che faceva del marsicano un autentico personaggio. A contribuire alla popolarità del ciclista avezzanese, fu soprattutto la trasmissione televisiva del Processo alla Tappa, appena ideata da Sergio Zavoli. Taccone era una presenza fissa: commentava la corsa, polemizzava, provocava, intratteneva i telespettatori con la sua celebre parlantina e i suoi giudizi sempre schietti e sinceri. È una frase in particolare a renderlo immortale: «Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina». Taccone diventò uno dei simboli di un’Italia povera e affamata. Ed è per questo che domani, 60 anni dopo e alla vigilia di quello che sarebbe stato il suo 83° compleanno, Avezzano lo omaggerà con un monumento che sarà inaugurato in piazza Cavour. Lì dove il mito mosse i primi passi verso la gloria.
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