Terremoto del 1703 Nomi e storie della ricostruzione

Mostra dell’Archivio di Stato narra i giorni della catastrofe Negli atti notarili scenari di vita quotidiana e di rinascita
L’AQUILA. Il terremoto del 6 aprile 2009 ha riportato l’attenzione di storici, giornalisti, semplici appassionati o curiosi, sul terremoto del 2 febbraio del 1703. Notissimo il resoconto che ne fa Anton Ludovico Antinori, l’ecclesiastico e studioso delle secolari vicende cittadine nato un anno e mezzo dopo il disastroso evento. È stata spesso citata come elemento virtuoso la “sospensione” delle tasse fino a 10 anni. Più celato il fatto che non ci furono fondi pubblici per la ricostruzione privata (oggi all’Aquila senza i soldi degli italiani avremmo ancora macerie e desolazione) ma si agì come detto solo sulla leva fiscale. Anche per il terremoto del 1703 gli stereotipi e le frasi fatte sul “coraggio” degli aquilani che seppero rinascere dalla catastrofe si sono sprecate. Ma che cosa accadde veramente? Come e dove si intervenne per far fronte all’emergenza? Come si comportarono le istituzioni dell’epoca (spesso si è mitizzato il ruolo del Bertolaso settecentesco, Marco Garofalo Marchese della Rocca che inviato da Salerno dove era Preside si presentò in città con un tesoretto di circa 1.500 ducati per i primi interventi) ma, soprattutto, come si comportarono i sopravvissuti?
LE RISPOSTE. Per avere qualche risposta concreta legata a fatti precisi bisogna fare un salto all’Archivio di Stato che – in attesa di tornare fra qualche anno in centro storico – dal luglio 2009 è localizzato nel Nucleo di Bazzano, in via dell’Industria. Nei giorni scorsi è stata allestita una mostra di documenti conservati in Archivio che vanno dal 1703 al 1713 (quest’ultimo fu anche l’anno nel quale il Regno di Napoli passò, a seguito di accordi diplomatici, dagli Spagnoli agli Asburgo). Nell’anno del decennale del sisma del 2009 la direttrice dell’Archivio di Stato Daniela Nardecchia ha voluto mostrare, a un pubblico più vasto di quello che di solito frequenta la sala studio, le carte che raccontano un altro decennio terribile per la città, quello che, appunto, seguì la catastofe di 316 anni fa. Il titolo della mostra è “Aquila 1703-1713. Un decennale diverso”.
LA TRAGEDIA. Le “fonti” per ricostruire nel dettaglio i giorni, i mesi e gli anni che seguirono la quasi completa distruzione della città sono parecchie e fra esse ci sono: gli atti del Consiglio generale della Camera aquilana (paragonabile all’attuale consiglio comunale), i bandi del preside della Provincia Abruzzo Ulteriore, le carte delle autorità ecclesiastiche e gli atti notarili che forse sono quelli meno studiati. La mostra è stata allestita in maniera che anche il visitatore più “frettoloso” può farsi un’idea del contenuto dei documenti. Infatti vicino a ogni atto c’è un breve riassunto che spiega in termini semplici di cosa si sta parlando e poi c’è la trascrizione dell’atto stesso (la lettura degli originali non è sempre agevole). Il primo Consiglio generale della Camera aquilana venne convocato il 19 febbraio del 1703, 17 giorni dopo il terremoto e si svolse davanti a una baracca costruita vicino alla Cattedrale. Il Consiglio doveva sostituire il camerlengo (custode e amministratore dei beni e delle finanze) Alessandro Cresi e il grassiere (magistrato di nomina regia) Nicola Romanelli morti “sotto le rovine del terremoto”. Dopo brevissima discussione vennero nominati Alessandro Quinzi e Tommaso Alfieri. Quest’ultimo però, essendo molto anziano, dopo pochi giorni rinunciò e al suo posto venne eletto Camillo Ciampella.
I NUMERI. C’è un documento, datato 1712, importante per dare un’idea del danno “umano” che il sisma fece alla città. Un numero preciso di vittime non è stato mai accertato, ma il censimento del 1712 ci può aiutare a capire di più. Infatti in Archivio è conservato un documento sulla numerazione dei fuochi (famiglie) dell’anno 1712 dal quale risulta che c’erano 376 famiglie, 847 in meno di quelle che risultavano essere state tassate in base a un analogo censimento fatto nel 1669. Sono numeri che danno l’idea (anche se non vanno presi come verità assoluta) dello spopolamento che ci fu in quel periodo a causa del terremoto e anche del fatto che in tanti decisero di allontanarsi per un bel po’ (e non certo sulle spiagge della costa dove all’epoca non c’erano alberghi stellati). Dagli atti dei Consigli generali e da quelli del Preside si rivivono i primi momenti concitati (a un certo punto ci fu bisogno di mettere ordine in piazza Duomo dove erano nate talmente tante baracche che non si riusciva più a passare con i mezzi di trasporto dell’epoca) e la riattivazione di alcuni servizi essenziali, primo fra tutti l’approvvigionamento di acqua perché le scosse avevano danneggiato gli acquedotti.
LE STORIE. La lettura (anche se rapida) di alcuni atti notarili apre scenari che raccontano la vita quotidiana e le problematiche di chi aveva perso ogni bene materiale e il lavoro (c’è ad esempio il caso di un sarto) ed è costretto a vendere il patrimonio (soprattutto terreni) per sopravvivere (altro che autonoma sistemazione). Fra i notai più solleciti a riprendere a “rogare” ci fu Perseo Capulli, all’opera già due settimane dopo il terremoto in una baracca nel cuore della città (spesso si reca in quella del Preside che si trovava a Porta Castello). Nella nota che accompagna i “libroni” in cui sono raccolte le “carte” è scritto che “il notaio Capulli attraverso i suoi atti ci fornisce un’ampia testimonianza della situazione della città subito dopo il sisma nonché l’inizio della ricostruzione”. E infatti si parla dei lavori per l’acquedotto di San Giuliano, delle “lamie” da rifare sotto le navate laterali della basilica di Collemaggio, c’è poi un’asta (oggi si direbbe un appalto) per il restauro del Castello (in questo caso il notaio è Nicola Bucciarelli) e ancora lavori per il “rifacimento” delle Porte lungo le mura, la messa in vendita da parte del Capitolo della cattedrale del sito e di tutte le pietre della chiesa di Sant’Antonio di Pile “crollata a causa del terremoto e detto denaro utilizzarlo per iniziare a rifare la chiesa”. Il 22 aprile del 1703 Perseo Capulli scrive un atto con il quale “il canonico Ignazio Porcinari incarica i mastri fabricatori milanesi (la presenza dei milanesi fu molto importante, nda) Domenico Cometti, Pietro Longhi e Francesco Visconti e l’aquilano Domenico Narducci di scavare la cattedrale di San Massimo completamente crollata recuperando – entro luglio e per 230 ducati – colonne, marmi, campane, ferri e ammucchiarli nella navata centrale”. Il valore di un ducato rapportato a oggi potrebbe essere, ma molto indicativamente, fra i 50 e i 100 euro.
IL DUOMO. A proposito di cattedrale. Pare che il restauro del Duomo sia iniziato nel 1711 (oggi quindi siamo in ritardo di almeno due anni), una parziale riapertura ci fu nel 1734 e quella definitiva (pur con elementi mancanti) nel 1780, 77 anni dopo. Forse stavolta, piano piano, ce la faremo a battere sul tempo gli aquilani di oltre 300 anni fa.
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