Truffe, spaccio e prostituzione: preso il boss della mafia nigeriana

27 Aprile 2021

Il capo in Italia del clan Black Axe gestiva dall’Aquila una fitta rete di attività illecite anche all’estero Smantellata l’organizzazione con ramificazioni anche a Roma, Napoli, Caserta, Bari e Reggio Emilia

L’AQUILA . Dal suo appartamento in città guidava il clan, gestendo una fitta rete di attività illecite. Dallo spaccio alla prostituzione, dalle “truffe romantiche” alla clonazione di carte di credito, dalla falsificazione di documenti per l’immigrazione allo sfruttamento dell’accattonaggio davanti ai supermercati: L’Aquila era il centro della ragnatela tessuta in Italia e all’estero dal “cult” di Black Axe, articolazione territoriale di una delle più potenti organizzazioni criminali nigeriane, smantellata dalla polizia dopo oltre due anni di indagini. Simbolo del clan è l’ascia, di cui è stato sequestrato un esemplare usato per affiliazioni o altri riti.
GLI ARRESTI. L’inchiesta, denominata “Hello Bross”, è sfociata dell’ordinanza del gip Guendalina Buccella, che ha dato seguito alle richieste del procuratore Michele Renzo e del sostituto Stefano Gallo con 30 arresti e 25 perquisizioni a carico di altrettanti appartenenti al “cult” italiano. Per tutti è scattata l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata a reati descritti in cento capi di imputazione, dei quali 70 rientranti nel cosiddetto cybercrimine, comprese truffe su vendite online e tramite l’uso di criptovalute. A tenere i fili del gruppo, che faceva riferimento alla casa madre in Africa, era il 35enne nigeriano Solomon Obaseki noto con i soprannomi di Seki o Titus. Da un anno e mezzo si era stabilito all’Aquila e in città aveva una dozzina di collaboratori, tutti indagati, che venivano utilizzati come corrieri della droga, destinatari di beni da riciclare acquistati tramite frodi online o mendicanti agli ingressi dei supermercati.
NIGERIA-ABRUZZO. «Il capo era sbarcato a Pozzallo nel 2014 proveniente dalla Libia e il primo centro di accoglienza che l’ha ospitato era all’Aquila», spiegano il capo della Squadra Mobile Marco Mastrangelo e Benedetta Mariani, responsabile della sezione di polizia giudiziaria della Procura, che hanno condotto le indagini con il supporto della scientifica, del Servizio centrale operativo e del Servizio di cooperazione internazionale della polizia. Per un breve periodo il boss si è trasferito a Reggio Emilia per poi fare ritorno nel capoluogo abruzzese, scelto come sede operativa probabilmente per la vicinanza a Roma e la posizione baricentrica rispetto alle ramificazioni sul territorio nazionale. Con lui, infatti, sono finiti in carcere i “chairman”, capi dei “forum” nella capitale e a Bari, Napoli, Caserta e Reggio Emilia.
BASSO PROFILO. Nonostante «l’alta potenzialità criminale» descritta nell’ordinanza, il capo agiva con molta circospezione. «La sua attività era permeata dall’esigenza di riservatezza», sottolinea Renzo, «manteneva un profilo basso nella preoccupazione di restare nell’ombra». Nel corso delle indagini, sviluppate con pedinamenti, intercettazioni, collaboratori di giustizia e accertamenti patrimoniali, è stato ricostruito un volume d’affari per circa un milione di euro, con 80 frodi contestate. Queste in quattro casi hanno riguardato L’Aquila, ma per il resto hanno disegnato un raggio d’azione che spaziava dalla Germania alla Gran Bretagna, fino agli Stati Uniti. Per il questore Gennaro Capoluongo e Francesco Messina, direttore centrale anticrimine, la particolarità dell’inchiesta sta proprio nell’aver svelato il «salto di qualità» della mafia nigeria da reati tradizionali a quelli di natura finanziaria.
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