Un patrimonio senza futuro

Il dirigente della ricostruzione: sono a macchia di leopardo, la gestione è difficile
L’AQUILA. Case sprecate. Questa fine potrebbero fare le 600 abitazioni “ereditate” dal Comune con l’operazione della casa equivalente. Un patrimonio edilizio che, al pari del Progetto Case e Map, potrebbe pesare per molti anni sulla cittadinanza aquilana. Abitazioni che, tra l’altro, hanno oggi un valore reale di mercato inferiore, rispetto a quanto sono state valutate per fa acquistare l’equivalente.
Sono state scambiate – il 40% fuori dal territorio comunale – valutando le case danneggiate da un minimo di 800 euro a un massimo di 2.500. Quest’ultimo valore è stato dato anche a case E o F (molto danneggiate, da demolire in parte o totalmente o crollate).
I prezzi del mercato reale, oggi, vanno da 600 euro a metro quadrato a 2.500, per le case ristrutturate, oggetto di miglioramento antisismico o ricostruite.
«I cittadini, però, con questo non c’entrano», spiega l’ingegnere Vittorio Fabrizi, direttore del Dipartimento ricostruzione e del settore ricostruzione privata del comune dell’Aquila, gestito dall’assessore Pietro Di Stefano, «perché è una legge dello Stato che lo stabilisce. Loro ne hanno solo usufruito».
Quindi non siamo di fronte a persone che ne hanno approfittato?
«Assolutamente no, è tutto legale. Anche se questo fenomeno non andava generato dall’inizio. E anche il sindaco lo ha detto più volte».
Si è parlato di ipotesi di vendita delle case a enti, come l’Inps ad esempio; oppure di affittarle agli studenti.
«È una situazione complicata. Intanto perché non vedo il motivo per cui un ente, ad esempio l’Inps, debba accollarsi un tale patrimonio immobiliare. E poi affittare agli studenti non è semplice».
Per quale motivo?
«Perché gli appartamenti sono di proprietà del Comune, ma a macchia di leopardo, in centro e in periferia. Ci sono soltanto due situazioni che si potrebbero gestire con più facilità: un edificio a Pettino e un altro in via Filomusi Guelfi (parallela di via XXV Aprile, nella zona della stazione-Pile, ndr), dove gli appartamenti, tranne uno o due, sono diventati tutti di proprietà comunale. Il resto no».
La soluzione quale potrebbe essere?
«Da tecnico dico che l’unica via d’uscita è la vendita ai privati».
Sì, ma a quali prezzi?
«Il punto di riferimento degli edifici di proprietà pubblica è l’Omi, l’Osservatorio mobiliare italiano. Credo poco in questo Social house. Si parla di costi pagati dal Comune dagli 800 ai 2.500 euro al metro quadrato. È una situazione che va comunque ragionata bene, non è di facile soluzione. E in ogni caso credo che sia oramai un argomento di cui si occuperà la nuova amministrazione comunale, visto che incombono le elezioni».
Rispetto ai prezzi di mercato correnti, però, il Comune rischia di rimetterci molti soldi.
«Allo stato attuale sì, ma c’è da dire che si tratta di un patrimonio di case ristrutturate o ricostruite in maniera antisismica. Certo che potrebbere essere possibile un attacco speculativo, con i prezzi di mercato bassi. Per questo motivo occorre ragionarci bene».
E l’emendamento della senatrice Pezzopane, per stoppare questa “emorragia” delle abitazioni equivalenti? Qualcuno dice che potrebbero piovere ricorsi da chi viene penalizzato per non può più avvalersi della legge.
«Nei borghi delle frazioni si investiranno milioni di euro, ma per case già abbandonate. È vero che i borghi diventeranno belli, ma chi li abiterà? Bisognerebbe fare leva sul turismo, in modo da attrarre investitori, come l’esempio di Santo Stefano di Sessanio».
Dunque, case sprecate. Il Comune si ritroverà un ingente patrimonio immobiliare, che potrebbe rimanere invenduto o inabitato. O svenduto a prezzi stracciati. In mano agli speculatori.
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