Un premio a Caruso che fa ricerche sul dolore cronico

18 Aprile 2015

SULMONA. Non un cervello in fuga, ma un ricercatore pronto a investire l’esperienza all’estero nel suo Paese. Questa la missione di Vanni Caruso, 39enne di Sulmona ricercatore al Dipartimento di...

SULMONA. Non un cervello in fuga, ma un ricercatore pronto a investire l’esperienza all’estero nel suo Paese. Questa la missione di Vanni Caruso, 39enne di Sulmona ricercatore al Dipartimento di neuroscienze dell’Uppsala University in Svezia, che ha vinto il primo premio nella categoria biologi del progetto Yap (Young against pain).

L’iniziativa è stata lanciata dall’Università di Parma e da Simpar (Study in multidisciplinary pain research), con il sostegno dell’azienda farmaceutica Grünenthal, per supportare 30 giovani ricercatori di base e medici specialisti italiani coinvolti in progetti di studio sulla terapia del dolore acuto e cronico.

«Il gene che sto studiando» spiega Caruso «codifica una proteina di membrana chiamata Slc18A4, la cui funzione è tuttora sconosciuta. Questa proteina è collegata alla trasmissione dello stimolo nervoso e alla modulazione dello stimolo doloroso. Abbiamo creato dei modelli in cui il gene è stato fatto interagire nel cervello e poi nel midollo spinale in modo da caratterizzarne la funzione fisiologica. Dai primi risultati, si pensa a una implicazione del gene nella memoria, nei meccanismi di dipendenza e a un coinvolgimento nella trasmissione dello stimolo doloroso a livello degli interneuroni del midollo spinale».

Caruso, borsista della Fondazione Isal, è stato premiato in occasione del convegno Simpar, che si è tenuto a Roma nei giorni scorsi. Al rientro in Svezia il ricercatore si dedicherà ai progetti a cui lavora da tempo, tra i quali quello sulla terapia del dolore.

«Questo premio è molto importante, in primo luogo perché offre la possibilità di relazionarsi con altre modalità di studio e differenti approcci» aggiunge Caruso «la ricerca ha successo quando si crea interdisciplinarità. Entrando in contatto con gli altri studiosi coinvolti dallo Yap, ho integrato i miei studi con le ricerche a livello italiano, con le quali avevo perso i contatti vivendo e lavorando all’estero».

Progetti futuri?

«In Italia si fa dell’ottima ricerca, spesso ci sottovalutiamo da soli» continua il ricercatore sulmonese «personalmente ora intendo portare avanti i progetti che ho iniziato all’Università di Uppsala e poi si vedrà».

Il premio arriva grazie ad una borsa di studio della Fondazione Isal, con cui è stata finanziata la sua ricerca dall'anno scorso.

Soddisfatto Gianvincenzo D’Andrea, coordinatore Isal. «La Fondazione che ha contribuito a finanziare la sua ricerca» interviene l’ex primario di Rianimazione dell’ospedale di Sulmona «per noi si è trattato di un investimento per il futuro che, visti i risultati ottenuti da Vanni Caruso, ha già dimostrato la sua importanza. Lo scopo è quello di alleviare il dolore delle persone che soffrono in maniera cronica e che si vedono cambiare la vita in peggio». (f.p.)

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