Una nuova scossa di magnitudo 3.9 e torna la paura
Epicentro a Montereale, panico nella zona e anche in città Il sismologo Moretti: «È il normale sciame sismico»
CAMPOTOSTO. «La cosiddetta faglia di Campotosto nell’immediato futuro geologico, cioè nei prossimi anni, non credo che darà scosse significative». A rassicurare in tal senso è il geologo dell’Ateneo aquilano, Antonio Moretti, che ha tenuto un seminario, insieme al collega Gianluca Ferrini, all’interno dell’aula magna del Dipartimento di scienze umane, ieri pomeriggio, solo qualche ora dopo la scossa di terremoto di magnitudo 3.9 che ha fatto ripiombare la città nel panico. Il sisma, registrato nella notte tra domenica e lunedì, alle 4.13, infatti, ha avuto epicentro a 3 chilometri da Montereale e 14 da Amatrice (Rieti) ed è stato perfettamente avvertito in tutte le zone della città.
BASTA CON L’EMERGENZA. «Noi aquilani sappiamo che dopo un terremoto ci sono diverse repliche che continuano per mesi. Si tratta di un fenomeno assolutamente normale», spiega Moretti, a margine del convegno. «È il caso di uscire dall’emergenza e cominciare a programmare il futuro, sulla base di quello che abbiamo imparato con la nostra esperienza».
MICROZONAZIONE. In particolare, secondo il docente, bisognerebbe lavorare meglio nella definizione di una microzonazione sismica. «Amatrice ci ha dato tantissime informazioni che prima non avevamo sul movimento reale del suolo, su come va fatta la microzonazione», continua Moretti. «Le norme che si stanno applicando a molti Comuni sono completamente inadeguate. I parametri sismici del terreno non sono corretti: nel terremoto di Amatrice si sono dimostrate molto influenti delle frequenze e delle modalità di scuotimento del suolo che vengono assolutamente ignorate dalla normativa. Vengono richiesti parametri che non sono più attuali».
3.9 A MONTEREALE. «La scossa tra domenica e lunedì non dice nulla. È perfettamente inquadrata nel corteo delle repliche degli eventi del 18 gennaio avvenuti tra Montereale e Campotosto», continua il geologo. «Stesso può dirsi per i piccoli eventi dell’Aquilano. Queste scosse potrebbero continuare anche per un anno, come è successo dopo il terremoto dell’Aquila. La possibilità di un’altra scossa distruttiva è remotissima».
IL QUADRO. Insomma, secondo Moretti, è davvero difficile che la zona dell’Aquilano possa subire un altro 6 aprile 2009. Meno ottimista, invece, è per altre zone. «A Sulmona il problema è serio, come per tutta la Valle Peligna, per la Valle Subequana e per la zona di Fontecchio, fino a Campobasso dove attualmente c’è una concentrazione di scosse proprio dove si è sviluppato il terremoto del 1702, legato quindi alle nostre strutture. Ci sono zone dove mi preoccuperei molto di più che non all’Aquila», afferma. «Il Teramano ha un’altra struttura sismogenetica. Le scosse in quella zona sono piuttosto profonde dovute alla piastra Adriatica che si flette e piega sotto l’Appennino. Semmai fanno parte di una struttura di ricarica di quella appenninica. Seguiranno una loro evoluzione, storicamente non ci sono grossi terremoti in quell’area».
STRUMENTALIZZAZIONE E GRANDI RISCHI. «Non vorrei che questa situazione venisse strumentalizzata dalla politica», conclude il geologo. «Questo grido di allarme continuo non fa che distogliere le risorse da quelli che saranno i problemi veri. Il sistema pubblico e la Protezione civile attuale si sono dimostrati assolutamente inadeguati a gestire questa emergenza. Il comunicato della Commissione grandi rischi su un possibile terremoto di magnitudo tra 6 e 7 è stato folle, senza alcuna giustificazione scientifica, né valore dal punto di vista del rischio».
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