«Uniti in un abbraccio con L’Aquila»

Parlano i due ciclisti dell’Ucraina che hanno acceso il braciere in ricordo delle 309 vittime
L’AQUILA. La guerra li aveva sorpresi in Turchia. I ciclisti della nazionale Under 23 e Juniores dell’Ucraina erano lì per la loro preparazione atletica, quanto Putin ha invaso la loro Patria. Nessuna possibilità di rientro. Poi il trasferimento in Italia, l’arrivo all’Aquila, «città martire che si sente sorella di Kiev, Mariupol, Bucha, Irpin, Odessa e di tutti i centri o i villaggi colpiti dalla violenza sacrilega e devastante delle bombe», come l’ha definita nella commemorazione del 13esimo anniversario del terremoto il cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi. “Città sorella” che l’altra notte ha visto Valeriia Kononenko e Denys Khotulov, due degli atleti ucraini ospiti dal loro arrivo al Progetto Case di Roio, accendere il braciere al Parco della Memoria al termine della fiaccolata in ricordo delle 309 vittime del terremoto. Un gesto simbolo di fratellanza e solidarietà, con L’Aquila protesa nel ricordo di quella devastante notte e l’Ucraina piombata di colpo nell’orrore della guerra. «Mentre accendevamo il braciere e ascoltavamo i nomi delle persone scomparse 13 anni fa sotto le macerie, abbiamo provato le stesse sensazioni vissute dagli aquilani», racconta con la voce rotta dall’emozione Valeriia davanti alla sua nuova casa a Roio. «Perché dall’Ucraina arrivano immagini di morte e devastazione, di città distrutte dalle bombe. L’altra sera abbiamo provato un grande dispiacere». Valeriia è di Donetsk, mentre Denys è di Chernihiv. Entrambi, così come i loro 20 compagni di squadra e i due accompagnatori, stanno vivendo un incubo nell’attesa ogni giorno di poter sentire in qualche modo i loro familiari e gli amici lasciati appena qualche settimana fa, quando nelle loro città tutto parlava ancora di vita. Lo sguardo di Valeriia, così come quello di Denys, appena rientrato a Roio da un allenamento, si fa cupo quando parla dei suoi familiari in Ucraina.
«Stanno bene, parliamo con loro, ma non tutti i giorni», dicono i due atleti. «La situazione è gravissima, spesso sono costretti a rifugiarsi nei bunker e lì non c’è modo di poter comunicare. È uno stillicidio. Un’angoscia senza fine. Noi qui stiamo bene. Ci piace stare in Italia, un Paese molto solidale, fraterno. E il nostro caloroso grazie va all’Aquila per l’affetto e per i tanti aiuti che qui arrivano ogni giorno. Ma il nostro cuore è in Ucraina con le nostre famiglie che cercano una via di fuga da quell’inferno. Non vediamo l’ora che tutto finisca, con la speranza che cose del genere non si ripetano mai più».
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