Usi civici, ecco come funziona la nuova legge

L’AQUILA. La testa dell’una quasi appoggiata sulla spalla dell’altro, i volti vicini, le braccia che si toccano e le mani che si sfiorano. Sembra quasi possibile immaginare i respiri che si...
L’AQUILA. La testa dell’una quasi appoggiata sulla spalla dell’altro, i volti vicini, le braccia che si toccano e le mani che si sfiorano. Sembra quasi possibile immaginare i respiri che si incontrano e si scaldano, prima di un lungo sonno. Sono tornati alla luce così, l’uno al fianco dell’altro, a poche ore dalla ricorrenza di San Valentino, i corpi di due giovani, una donna e un uomo, custoditi per più di sei secoli dalla terra, sotto il pavimento della chiesa di Sant’Antonio, a Pile. La loro foto, postata ieri pomeriggio su Facebook dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per L’Aquila e il cratere, è stata forse il regalo più dolce per la città nel giorno degli innamorati ed è subito diventata virale. La scoperta «si inquadra nelle indagini in corso nella chiesa di Sant’Antonio fuori le mura a Pile, che accoglie altre sepolture individuate nello stesso contesto ed è databile presumibilmente tra il XIV e XV secolo d.C.. Ancora in corso di studio, testimonia un caso particolare di sepoltura dalla quale emerge un forte legame affettivo tra i due individui, un legame che va oltre la morte», spiega la soprintendente, Alessandra Vittorini. I due ragazzi dovevano avere circa vent’anni e sono stati rinvenuti all’interno di una fossa terragna, accuratamente composti. «L’individuazione dei corpi è di questi giorni», continua la soprintendente, «si tratta di una sepoltura simultanea molto affascinante: due giovani individui, un uomo e una donna di circa venti anni, uno accanto all’altro con le braccia incrociate sull’addome e i volti rivolti uno verso l’altro».
Sulle testimonianze antropologiche sinora emerse e su quelle che verranno alla luce anche nel prosieguo dei lavori, la Soprintendenza attiverà indagini specifiche, finalizzate ad acquisire maggiori informazioni e dettagli, come l’età esatta degli individui ed eventualmente le cause della morte. «Certo, si tratta di un ritrovamento sorprendente anche per gli archeologi che lavorano sul sito», continua la Vittorini. «Non è usuale trovare sepolture di questo genere».
Le indagini in corso sono seguite dall’archeologo Alessio Cordisco sotto il coordinamento e la direzione scientifica della Soprintendenza unica (funzionarie archeologhe Rosanna Tuteri, Maria Teresa Moroni e Deneb Teresa Cesana) e interessano tutta l’area del vecchio casale Sant’Antonio di Pile, un immobile privato interamente vincolato che ospita anche l’omonima chiesa. Il casale, in origine, doveva essere un convento-ospedale e la sua costruzione potrebbe risalire agli anni precedenti alla fondazione della città. Si trattava, con ogni probabilità, di un lazzaretto con annessa una chiesa risalente allo stesso periodo, costruito dai Canonici regolari di Sant'Antonio di Vienne, appartenenti a un ordine monastico-militare del periodo medievale.

