«Vi racconto mio padre il Camoscio d’Abruzzo»

Cristiano, figlio di Vito Taccone, e la leggenda di un campione
AVEZZANO. «La vita è in diretta, non faccio registrazioni». In questa frase rivive Vito Taccone, campione di ciclismo scomparso nel 2007, all’età di 67 anni. A dieci anni dalla morte, il figlio Cristiano apre le porte della sua casa e racconta il Camoscio d’Abruzzo, personaggio sportivo feroce, discusso e discutibile. Professionista dal 1961 al 1970, vincitore di quasi tutte le classiche del ciclismo e di 8 tappe al Giro d’Italia, di cui 4 consecutive nel ‘63. «Mio padre era di piazza Cavour prima, di Avezzano poi, infine abruzzese. Si sentiva un po’ meno italiano», racconta Cristiano Taccone, «aveva un amore viscerale per la sua città e da qui voleva fare la guerra al mondo. Ha fatto il pastore e il garzone di un panettiere, suo padre morto ammazzato, una vita dura e difficile: si è messo in bicicletta per ribellione, era un predatore che si sentiva soddisfatto solo dopo aver mangiato, era un lupo che usciva dalla tana per sfamare la famiglia. Aveva un carattere estremamente forte e aveva tanto coraggio perché in lui c’era tanta paura. Si sentiva un corridore terrone. Il suo grande nemico è stato Vittorio Adorni che lo guardava come un garzone del Sud. E lui lo sfidava».
Cristiano Taccone abita nella casa che fu di Vito, in via Mazzarino, con la moglie Elena, i figli Gloria e Ivan, la madre Fausta. «Non è stato un padre presente, non giocavamo», riprende, «da piccolino ho l’immagine di lui che torna a mangiare e mi fa salire sulle sue spalle. E poi mi fa fare il cavalluccio. L’ho avuto più vicino quando ho iniziato a suonare la fisarmonica, la sua passione. Ma oggi posso dire che è stato un insegnante di vita. Sergio Zavoli dice di lui che era un grande comunicatore. Vi racconto questo: un giorno, potevo avere 14 anni, mi porta a Pescara a vendere i liquori. Lui produceva l’Amaro Taccone, lo ricordate? Bene, a Pescara incontriamo una prostituta e lui si mette in mente che quella donna deve cambiare vita. Chiama un amico ristoratore e gli fa: o assumi questa donna o non vengo a mangiare più nel tuo locale. Detto, fatto. Lei assunta. E qualche anno dopo sarebbe anche diventata la proprietaria del locale. Mi fa: vedi Cristia’, tutti devono avere un’opportunità nella vita, senza mai giudicare. Non è una lezione questa?». Il viaggio nell’universo Taccone riserva sorprese. «Quando mia moglie resta incinta di Gloria gli abbiamo chiesto di mantenere il segreto per un po’», continua Taccone junior, «dopo neanche mezz’ora l’ho trovato in un bar a stappare bottiglie di spumante perché diventava nonno. Aveva un carattere esuberante e faceva le fortune dei giornalisti. Con lui le puntate del Processo alla tappa raggiungevano i 4 milioni di telespettatori. Una volta un giovanissimo Bruno Vespa lo raggiunse al traguardo e gli fece notare la sconfitta. Lui lo prese per il collo. Ho scoperto mio padre anche attraverso i racconti del giornalista Sergio Neri e del suo grande amico Franco Bitossi. Quest’ultimo conosciuto dopo un curioso episodio nato durante una corsa. Bitossi lo avvicina, toglie il piede dal pedale e gli fa: con te vinco con una gamba sola. Immaginatevi una frase del genere detta a mio padre. Prese Bitossi per il collo per buttarlo in un fosso. Da allora si sono sempre voluti bene».
Sulle orme di Vito c’è il nipotino Ivan, 12 anni, atleta del Veloclub Mosciano. «Perché mio figlio corre nel Teramano? Anche qui c’è lo zampino di mio padre», continua, «il compianto presidente del Veloclub, Francesco Cardinale, era un suo grande tifoso. Gli mandò dei braccianti nel Fucino per consentirgli di lasciare la terra e partecipare alle gare. Quando è nato mio figlio si è presentato in ospedale per conoscere Ivan: Cristia’, mi fa, non succede, ma se succede... tuo figlio deve correre con me. E a 6 anni, quando Ivan ha scoperto la passione per la bici, l’ho portato da lui». I litigi? «Per la politica, lui volle candidarsi a sindaco di Avezzano, facevamo certe litigate. Ma anche lì c’era in lui la ribellione». La pagina amara è legata all’arresto, nel giugno 2007. «Non vorrei parlarne», prosegue il figlio del Camoscio d’Abruzzo, «era stato già dentro per una scazzottata, ma stavolta era diverso. Non voleva passare per un ladro, proprio no. Si era fissato con questa storia perché pensava ai nipotini. Non voleva fare la fine di Enzo Tortora. Il suo cuore non ha retto, all’inizio avrei voluto fare un casino, ma ho lasciato perdere. Chiamava i nipotini tip tap e grillitt e l’ultima volta che l’ho visto giocava con loro. Al solito, faceva un gran baccano e quando sono sceso per rimproverarlo lui mi ha anticipato ed è scappato in camera. Una fuga alla Taccone e lui con la mano che mi dà la buonanotte».
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