Viaggio in Sicilia per bocciare la mafia e credere nel futuro

25 Aprile 2018

I ragazzi raccontano la loro esperienza di ritorno dalla “gita” Da Portella della Ginestra agli altri luoghi della memoria

L’AQUILA. Trepidazione e felicità, incredulità e disgusto.
Sono emozioni così differenti, ma sono anche quelle che si associano meglio ad un viaggio di istruzione così particolare, che tocca temi così sensibili. Perché sì, un viaggio di istruzione verrà sempre preso come divertimento, ma rimanere disgustati quando si parla di mafia, è inevitabile.
La mafia, una realtà che ci sembra così distante, quasi non ci riguardasse nemmeno, perché in fondo la Sicilia è così lontana, perché dovrebbe mai riguardarci?
Ma la criminalità organizzata è più vicina di quanto potremmo mai immaginare. Può celarsi, ad esempio, dietro ai senzatetto che vediamo lungo la strada, nei cantieri così lenti, nelle scuole che non sono proprio sicure, ma con una firma magari lo diventano.
E sensibilizzare degli adolescenti a un tema così sensibile non è di certo facile, perché da giovani si ignorano problemi così lontani, ma diventa più semplice quando si viene portati nei luoghi simbolo di quelle tragedie mafiose di cui tanto si sente parlare.
Quando ti ritrovi a camminare nei posti dove tante persone hanno combattuto per difendere un ideale, dove molti sono morti cercando di dimostrare che a volte non sembra, ma lo Stato c’è per difendere ciò che è giusto.
Quando ti trovi a camminare sul prato di Portella della Ginestra, ad ascoltare le parole spezzate di Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto della strage del primo maggio 1947, dove morirono undici persone, soprattutto donne e bambini, di cui la più piccola aveva solo otto anni, è impossibile non sentirsi proiettati in quei momenti, sentirsi come uno spettatore che vorrebbe intervenire, fare qualsiasi cosa per fermare la morte che sta per toccare quelle montagne incontaminate, ma sa che non può tornare indietro nel tempo.
E poi, ascoltando le parole di Luisa Impastato, nipote di Giuseppe Impastato, ti rendi conto che quelle lotte non possono essere state inutili, che trasformare una casa in un museo per ospitare tutte le persone desiderose di conoscenza ha davvero un senso, serve a qualcosa se continua a spingere i giovani a ribellarsi contro le ingiustizie, a formare una classe politica sempre più attenta a sorvegliare il cosiddetto anti-Stato.
Una nuova classe di giovani che non ha paura di dipingere un murale coi volti dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alle porte di uno dei quartieri ritenuto a più alta densità mafiosa di Palermo, o di aprire un centro sociale nel locale sottratto a un mafioso di un palazzo che stava cadendo a pezzi, dove ancora vivono i suoi parenti e amici, ma che aiuta i più piccoli a non sentirsi costretti a prendere la strada dell’illegalità, che dice che il destino dei bambini nati in un quartiere malfamato non è segnato, ma in mano a loro. Ancora, quando ti trovi ad ascoltare storici che ti spiegano come migliaia di siciliani abbiano lasciato dei paesaggi così meravigliosi per sfuggire al crimine, ma di come, sempre più spesso, questo crimine li abbia seguiti e si sia diffuso in tutto il mondo, è impossibile non voler fare qualcosa, qualsiasi cosa, per fermare questa piaga. E poi, riflettendo, ti rendi conto che probabilmente la piaga si sta fermando. Certo, il lavoro è lontano dalla fine, ma se un viaggio del genere, per quanto stancante, è riuscito a imprimere anche solo una minima percentuale di desiderio di cambiamento in ognuno di noi, allora siamo di certo sulla buona strada.
Alessandra Cuzzolino
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