Violenza in casa, ecco cosa si può fare

Convegno con la psicologa Casale e l’avvocato Anna Rita Ciofani: rivolgetevi alle forze dell’ordine e ai Centri specializzati
AVEZZANO. La dottoressa Anna Rita Ciofani è un avvocato del Centro antiviolenza istituito nella sede della Croce Rossa di Avezzano e ha partecipato alla presentazione di due libri di Anna Maria Casale, psicologa e psicoterapeuta “Vittime di crimini violenti” e “Profili criminali e psicopatologici del reo” (Ed. Maggioli). Ha coordinato l’avvocato Adele Fiaschetti.
La Ciofani sottolinea i rischi e la diffusione della violenza, in particolare quella domestica, sul territorio. L'esperta ha posto l'accento appunto sulla considerazione che la violenza viene perpetrata prevalentemente all'interno delle mura domestiche e che le vittime del reato, qualora si rivolgano ad un centro anti violenza, allertate anche le forze dell'ordine, ricevono immediata assistenza. Nei casi in cui la violenza assume tratti estremi, come quando ad esempio una persona subisce lesioni, è previsto il ricorso alle cure ospedaliere. A tal proposito è in fase di sviluppo l'idea di dotare gli ospedali di apposite "stanze rosa" dedicate esclusivamente all'assistenza delle persone-vittime. Tra le forme di tutela previste per coloro che subiscono violenza, la prima è l'allontanamento dal luogo di residenza per il successivo accoglimento presso case-famiglia presenti in tutta Italia. In relazione, invece, al comportamento posto in atto dalla persona aggredita, vi è la tendenza, da parte della stessa, non solo a non denunciare nell'immediato alle autorità preposte la violenza subita, ma addirittura a perdonare l'aggressore, nella convinzione che si tratti di un episodio isolato. Purtroppo, però, la casistica dimostra che nella maggior parte dei casi le persone "perdonate" recidivano (ripetono più volte) nei comportamenti illeciti.
Le abbiamo posto alcune diverse domande per capire meglio e in modo più approfondito gli aspetti sociali, giuridici e psicologici legati alla violenza e alle tutele previste dalla legge.
In caso di maltrattamenti in famiglia verso le donne e i minori cosa deve far la vittima? Rivolgersi a un centro anti violenza o sporgere denuncia alle forze dell'ordine?
«Entrambi, nel senso che ci vuole sicuramente una denuncia formale, perché è importante anche procedere dal punto di vista legale e giuridico per avere denunce e, quindi, formalizzare che ci sono delle violenze in famiglia, ma sicuramente anche farsi aiutare e sostenere dai centri. Il problema è che questi centri non sono sicuramente sufficienti e soprattutto sono gestiti da volontari. I volontari, per quanto possano dare il loro contributo, è ovvio che hanno necessità di essere sostenuti in qualche modo, anche perché sappiamo benissimo che questo lavoro ha un altissimo rischio di burn out, perché trattano delle tematiche delicatissime. Sarebbe quindi importante se la politica riuscisse ad occuparsi e a stanziare qualche fondo, non ne servirebbero tantissimi, basterebbe cominciare. Io credo che loro non abbiano proprio cominciato. Perciò le persone che lavorano all'interno di questi centri anti violenza, devono sentirsi sostenute non solo dalle persone, ma anche economicamente».
Se un crimine violento viene commesso da un minore, differisce la pena giudiziaria rispetto allo stesso ma commesso da un adulto?
«Il minore ha sempre un trattamento differente. Intanto un minore di 14 anni non è imputabile dalla legge, dai 14 ai 18 anni è possibile che ci sia l'imputabilità, però bisogna valutare la maturità del minore. Per cui è importante valutare se questo minore ha commesso il reato e se si è reso realmente conto di quelli che ha commesso. È prevista una misura differente rispetto alla detenzione in carcere, nel senso che questi ragazzi possono svolgere un servizio educativo e quindi scontare in questo modo la loro pena ,qualora dimostrino di aver compreso la gravità dell'atto compiuto. Se così non è, c'è la carcerazione anche per i minori».
Negli ultimi anni si assiste sempre di più ad una serie di efferati delitti, in particolare omicidi ai danni delle donne e dei minori, che rimangono per lo più impuniti perché,anche a distanza di anni, non si trova il colpevole. Perché in Italia non esiste una banca dati del Dna?
«In questo siamo molto arretrati noi italiani, perché in America lo fanno da tantissimo tempo ed è importante per quelle persone che commettono più reati. Ovviamente se si commette il primo reato, questo non può essere possibile».
È vero che la tendenza di una persona a delinquere potrebbe essere insita nel suo Dna?
«Esiste sicuramente una matrice genetica. Grandissima parte della differenza la fanno la famiglia, la cultura. Quello che siamo e siamo diventati deriva dalla famiglia che ci cresce, perché noi siamo quello che ci fanno essere. Io dico sempre che chiunque di noi, preso alla nascita e portato in un'altra famiglia, in un altro Paese, in un'altra società, potrebbe essere completamente diverso. La stragrande maggioranza "della colpa" è data da quello che noi viviamo, assorbiamo all'interno della nostra famiglia, della scuola, della società e cultura in generale».
Alessia Bianchi
Chiara Piccinini
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