«Voglio la verità sulla morte di Marco»

Parla il fratello del 33enne Carli scomparso in circostanze tragiche: «Indagini lacunose e porte chiuse, ma non mi fermo»
AVEZZANO. «Mio fratello non si è ucciso. Era sereno e con una vita davanti. Finora ho trovato tante porte chiuse, ma non mi fermerò finché non avrò giustizia». Fabrizio Carli scandisce le parole con cura, quasi le pesa, e accetta di parlare con il Centro dopo che la Procura ha riaperto l’inchiesta. Fabrizio è il fratello di Marco, trovato senza vita a 33 anni in un’abitazione di via Boito ad Avezzano. Era il 3 giugno 2015. La caparbietà di Fabrizio Carli e del padre Roberto e una relazione compiuta dal professor Martino Farneti, uno dei massimi esperti italiani di balistica forense, hanno gettato inquietanti ombre sulla vicenda. Secondo Farneti, il giovane potrebbe essere stato ucciso con un colpo di pistola alla fronte, al termine di una colluttazione, e qualcuno potrebbe avere inscenato il suicidio. «C’è stato un cattivo lavoro degli inquirenti fin dall’inizio e tanta mancanza di rispetto per noi familiari», sostiene Fabrizio Carli, «neanche il proiettile è stato mai trovato, forse è ancora piantato nel soffitto di quella casa. Un perito preparato e un medico legale ritengono che mio fratello non si sia ammazzato. Con queste mie affermazioni non intendo accusare nessuno, però il caso è stato archiviato dopo tre mesi e con troppa superficialità. Quel giorno avevo sentito mio fratello due ore e mezzo prima della tragedia: era allegro, avevamo scherzato e ci eravamo dati appuntamento per il giorno seguente per fare colazione. Mi aveva fatto capire che aveva qualche cosa da dirmi. Mio fratello non si sarebbe mai ucciso, adorava suo figlio. E non è vero che stava senza un lavoro, come si era detto nell’immediatezza dell’accaduto. Era pronto a mettersi in proprio in un’attività di serramenti e aveva già individuato un locale. Marco non era depresso».
I punti poco chiari. «A cominciare dalla bruciatura lasciata dalla pistola: si trovava sulla mano sinistra, mentre mio fratello faceva tutto con la destra», aggiunge l’uomo, «la stanza dove è morto è stata pulita nel giro di poche ore. Ci sono entrato e sembrava che non fosse successo niente. Nel caricatore della pistola c’erano tredici, quattordici colpi. Lui la pistola la smontava di giorno e la rimontava la sera perché in quel periodo aveva paura dei ladri. È anomalo il fatto che una persona che vuole togliersi la vita lasci una pistola carica in giro per casa, con un bimbo nei paraggi. E poi la posizione del corpo è molto strana. Tre mesi dopo la tragedia sono andato in tribunale e mi hanno detto che l’inchiesta era stata chiusa. Quando ho manifestato le mie perplessità ad altri familiari ho notato una certa resistenza. E anche per tale ragione ci siamo mossi in ritardo».
Sull’arma, una Glock calibro 9, sono stati eseguiti nuovi esami da parte dei carabinieri del Ris. Mentre sono state respinte le richieste di riesumazione del corpo e di analisi del Dna. Il fratello e il padre di Marco Carli, tramite gli avvocati Antonio Milo e Patrizia Coletta, chiederanno l’avocazione delle indagini affinché siano condotte dalla Procura generale dell’Aquila. «Nessuno ad Avezzano mi ha mai sentito», conclude Carli, «non si possono calpestare i diritti di una persona. Meritiamo una spiegazione e indagini giuste e scrupolose. Non intendiamo fermarci, alla ricerca di una verità che mio fratello merita».
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