È morto a 96 anni il partigiano celanese Vittorio Cantelmi

Fu protagonista della Banda Ombrone durante la Resistenza Il ricordo del fratello Giancarlo: «Un determinato pacifista»
CELANO. «Era un determinato pacifista». Le parole commosse dell’onorevole Giancarlo Cantelmi sintetizzano in modo perfetto il ricordo del fratello Vittorio, scomparso ieri all’età di 96 anni. Professore di lettere ed ex partigiano, Vittorio Cantelmi è stato uno dei tanti, silenziosi protagonisti della libertà che hanno lasciato una traccia più o meno grande nella storia d’Italia.
Nato a Celano nel 1923, è deceduto in ospedale a Forlì, città della Romagna che l’aveva adottato.
Lo piangono la moglie Graziella, i figli Massimo e Mara, i fratelli Giancarlo, Armando e Wilma. Lo piange la sua Celano. «Un dolore per tutta la nostra comunità», commenta il sindaco Settimio Santilli.
Vittorio Cantelmi è stato tra i più attivi organizzatori della banda partigiana Ombrone di Celano, che durante la Resistenza ha operato nel territorio fucense durante la Seconda guerra mondiale prima di confluire nella banda Marsica diretta da Bruno Corbi. Già dirigente della sezione celanese del Partito comunista, è stato anche vicesindaco di Celano nell’allora giunta Torsetti (1946), tra gli eletti più giovani in una lista composta da membri di Pci e Partito d’azione e da socialisti. Giovanissimo laureato in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma, insegnò nella scuola media cittadina prima di intraprendere tutt’altra carriera. Fu dirigente dell’economato all’ospedale Forlanini di Roma e, successivamente, ebbe incarichi alle Terme di Forlì in qualità di dirigente sanitario Inps. La sua militanza tra i partigiani gli è valsa la Croce al merito.
«Vittorio era un moderato sotto il profilo politico», ricorda il fratello Giancarlo, per anni deputato, «amava risolvere i problemi attraverso il ragionamento e la trattativa. Ma era soprattutto ispirato ai principi di libertà».
Quegli stessi principi che gli erano stati trasmessi dal papà Felice e che lui stesso aveva inculcato nelle giovani menti dei fratelli Giancarlo e Armando. È grazie alla sua audacia che nel febbraio 1944 più partigiani della Marsica, soprattutto con ruoli organizzativi, sfuggirono a un rastrellamento operato per rappresaglia da circa 900 soldati tedeschi. La banda si era accorta che al suo interno c’erano due spie che avevano fatto importanti rivelazioni e il 14 febbraio 1944, il giorno prima della retata, Vittorio si mise in sella alla sua bici e andò ad avvisare i compagni partigiani, da Tagliacozzo a Pescina, passando per Avezzano e i paesi che circondano la piana del Fucino. Un gesto che probabilmente salvò la vita a molti dei principali partigiani del tempo. Al rastrellamento non sfuggirono, però, il padre Felice, il fratello Armando di 13 anni appena, il medico Ferrante di Casali d’Aschi, il tenente Di Renzo e altri. Alcuni finirono nel campo di concentramento di Teramo e altri nei locali di via Tasso a Roma, luogo di tortura delle Ss tedesche, tristemente famoso. Più prigionieri furono fucilati alle Fosse Ardeatine; diversi, tra i quali il papà Felice, si salvarono. Ma questo è il capitolo di un’altra storia. In quello che narra le gesta di Vittorio Cantelmi basterebbe un titolo: un celanese pacifista, patriota per la Libertà.
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