È scontro sul processo del Vajont: a Belluno vogliono tenere gli atti

Documenti trasferiti nel 2009, torneranno all’Aquila a fine anno. Ma in Veneto scatta la mobilitazione Dopo il restauro, i 256 faldoni sulla strage in cui morirono 1.917 persone sono patrimonio dell’Unesco
L’AQUILA. Entro la fine dell’anno gli atti processuali del disastro del Vajont dovranno tornare all’Aquila. Ma da Belluno, dove i documenti sono conservati dal 2009, è partita una imponente levata di scudi e c’è chi come il senatore leghista Marco Dreosto ha chiesto al presidente del Senato, Ignazio La Russa, di inserire gli atti in quelli della commissione d’inchiesta. La corposa documentazione sulla strage in cui morirono 1.917 persone si trova ancora nell’Archivio di Stato di Belluno, dopo una lunga serie di proroghe dovute ai lavori di restauro e digitalizzazione. Gli atti furono trasferiti in Veneto a causa dei danni riportati dall’archivio dell’Aquila in seguito al terremoto del 2009. Fu proprio nel capoluogo abruzzese che si svolse il processo sulla strage, per legittima suspicione a motivo dei problemi di ordine pubblico, dopo il suicidio di uno degli undici ingegneri sottoposti al procedimento penale. Ora le carte, rese pubbliche per la prima volta nel 2009 e finite da pochi giorni nel registro della memoria del mondo dell’Unesco, sono al centro di un braccio di ferro.
il ritorno all’aquila
I faldoni sono rimasti a Belluno in virtù di alcune proroghe ottenute per i lavori di restauro e valorizzazione, culminato appunto con il riconoscimento da parte dell’Unesco. Ma la legge - spiega il Corriere delle Alpi - prevede che i documenti debbano tornare nella sede dove si è concluso l’iter giudiziario. Da qui la mobilitazione e gli appelli.
i documenti
I documenti del processo sulla tragedia del Vajont, classificata dall’Onu come il primo di dieci disastri causati da errori umani e scientifici negli ultimi 50 anni, appartengono all’Archivio di Stato dell’Aquila, ma sono temporaneamente conservati a Belluno. Oltre alle carte dei processi penali, che hanno avuto luogo tra il 1963 e il 1971, per un totale di 256 fascicoli giudiziari (compresi quelli anteriori al 1900) vi è vario materiale (anche non cartaceo) allegato agli atti del processo (campioni di roccia, modelli, registrazioni sismiche, negativi e lastre fotografiche, registrazioni video).
La mobilitazione
Il Movimento 5 Stelle del Veneto ha presentato una interrogazione al governatore Luca Zaia per la permanenza dei 256 faldoni. Dreosto, senatore friulano della Lega, ha chiamato in causa il presidente del Senato La Russa. Anche la Fondazione Vajont 9 ottobre 1963, che ha curato la valorizzazione e la digitalizzazione dei documenti, ne ha richiesto la permanenza a Belluno. Ma l’Archivio di Stato dell’Aquila ha confermato in diverse occasioni che i fascicoli sarebbero tornati in Abruzzo al termine dell’ultima proroga concessa, che scadrà alla fine dell’anno. «Cambiare la legge è impossibile», ha detto al Corriere delle Alpi Roberto Padrin, sindaco di Longarone, «servirebbe un decreto del ministero della Cultura. Noi siamo convinti che Belluno sia la giusta sede per la loro conservazione per due motivi: per il percorso fatto in questi anni e perché l’evento si è verificato in provincia di Belluno. Siamo di fronte a un’operazione delicata: dobbiamo rispettare la legge ma anche auspicare che gli atti restino qui».
l’archivio dell’onu
Il Registro della Memoria del Mondo comprende documenti provenienti da tutte le regioni del mondo custoditi su vari materiali che vanno dalla pietra alla celluloide, dalla pergamena al disco metallico. L'Archivio del processo per il disastro della diga del Vajont, che contiene documenti risalenti al 1900 che hanno dimostrato la responsabilità umana per la tragedia legata alla frana e all'alluvione del 9 ottobre 1963.
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