A scuola vittima dei bulli: «La mia rivincita sul ring»

De Lellis ha cominciato ad allenarsi a 14 anni, perché i coetanei lo deridevano Ora punta al titolo italiano: «Uno di quei gradassi mi ha chiesto la foto col figlio»
PESCARA. Quando aveva 14 anni ha cominciato ad allenarsi per tenere a bada i bulli del quarto superiore che lo prendevano in giro perché era «basso e grasso». Davide De Lellis ci ha messo davvero poco per capire di aver imboccato la strada giusta, di aver scelto il pugilato come sport «per la vita» perché gli ha subito portato «sicurezza», lo ha fatto «sentire più forte», ha spazzato via la paura di quei ragazzotti che si facevano beffe di lui. Poi, però, ha lasciato tutto, due anni fa, quando aveva 25 anni. Lo ha fatto anche per amore: sul ring era rimasto bruciato per «un match rubato» e aveva deciso di mettere su famiglia e poi la sua compagna non era poi così entusiasta della boxe. Ora quella relazione è finita e De Lellis ha deciso di ricominciare, di tornare sul ring, e questa volta vuole «il titolo», lo vuole con tutto se stesso.
«Ho ricominciato da un mese, mi alleno nove volte a settimane, quindi anche due volte al giorno. Ed è pesante, molto, perché devo puntare anche sull’alimentazione, sul peso. Sono a 91 chili, devo tornare a 76» ma la determinazione è grande, va di pari passo con l’ambizione di farcela, di conquistare il titolo italiano della categoria supermedi. «Ho già perso 5 chili e mi alleno tra Cepagatti e Roma, dove vado tre volte al mese», racconta De Lellis, che si è affidato a Giorgio Maccaroni e Daniele Mirabilio, per prepararsi a questa sfida. Ieri era in palestra a Milano, dove il boxeur Giacobbe Fragomeni (campione del mondo dei pesi massimi leggeri 2008 e uno dei naufraghi dell’Isola dei famosi) lo ha visto in azione. Gli ha detto «le stesse cose di Maccaroni e cioè che ho le carte in regola per affrontare il titolo italiano. E mi ha anche dato delle dritte», racconta De Lellis.
Guardando alla sua storia, il pugile rivede quel ragazzino del primo superiore che veniva preso in giro dai più grandi, dagli studenti del quarto, al Tito Acerbo. «Avevo 14 anni, mi dicevano che ero basso e grasso, e ho cominciato per questo. Mi sono trovato subito bene, ho scoperto che il pugilato fa sentire sicuri, più forti, fa conoscere tante persone, essendo molto seguito. E per me è stata una via di uscita perché prima mi sentivo all’angolo. Ma poi, allenandomi, ho messo paura a chi si prendeva gioco di me: sapevano che praticavo uno sport da combattimento e hanno cominciato ad evitarmi perché erano degli insicuri, come tutti i bulli. I combattimenti sono cominciati attorno ai 16 anni e ho proseguito fino ai 25. Mi sono fermato con l’inizio della pandemia, anche perché avevo avuto delle delusioni sul ring e mi ero rotto il timpano. Ora ricomincio, e lo faccio per vincere. È il mio riscatto, lo faccio per me stesso».
È mosso da una sola cosa, il desiderio di vincere i tre match che lo attendono in città, da maggio, per scalare la classifica e affrontare l’incontro per il titolo, raggiungendo un traguardo che a Pescara ha agguantato per ultimo «Lorenzo Di Giacomo, venti anni fa. Da allora non ci è arrivato più nessuno». Di quell’adolescente bullizzato e spaventato non c’è più neppure l’ombra. «Prima ero arrabbiato, ora commisero quel ragazzino che ero. E dico ai giovani che la boxe insegna molto, non è uno sport violento» e lui stesso la insegna. Una bella rivincita l’ha già avuta. «Quel bullo, oggi adulto, è venuto a vedermi combattere. Era con il figlio, che è un mio fan, e mi ha detto ‘Complimenti, sei fortissimo’, chiedendomi di scattare una foto col figlio». Un incontro memorabile che “Pugili da tastiera” ha sintetizzato così, per lui: «Quando ero piccolo avrei pagato per non farmi più deridere davanti a tutti. Le stesse persone hanno pagato il biglietto per vedermi vincere».

