Abramo Primo Rossi «Il mio inferno nei lager dei nazisti»

Da prigioniero di Hitler all’incontro con il presidente Leone Il racconto di un deportato che oggi ha 92 anni
PESCARA. Abramo Primo Rossi, da prigioniero di Hitler a comandante della stazione dei carabinieri di Roccaraso, dove conobbe il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Era diventato carabiniere a cavallo da quattro mesi, quando è stato prelevato dai nazifascisti a Roma e trascinato in un lager austriaco della Stiria. Il suo inferno è durato 19 mesi, dal 7 ottobre 1943 alla metà di aprile del 1945, nel lager 18 A di Trofaiach e di Leoben Donawiz, sede di un’acciaieria dove il militare ha lavorato 12 ore al giorno alla raccolta e all’assemblaggio di pezzi di ferro utilizzati dai gerarchi per la costruzione di carri armati.
Originario di Colonnella, 92 anni il 6 marzo, mente lucidissima, fa parte di quella categoria di deportati (oltre 600 mila in tutta Italia) appartenenti all'Imi, Militari italiani internati, così definiti con un provvedimento arbitrario di Hitler, una strategia per sviare la Convenzione di Ginevra del 1929 sulla tutela dei prigionieri di guerra.
Il 15 giugno 1943, si arruola nell'Arma, ma l'8 settembre il Paese precipita, con l'armistizio cessano le ostilità tra Italia, Inghilterra e Stati Uniti. Per il Belpaese inizia un periodo buio e Rossi, classe 1924, si trova nella Capitale per fare il suo dovere di militare. Che accadde un mese prima della cattura? «Indossavamo al braccio una fascia giallorossa con su scritto "Roma città aperta" e giravamo per la città. Il nostro compito era il controllo dell'ordine pubblico, ma non si capiva chi doveva dare gli ordini e chi li doveva ricevere. Eravamo allo sbando».
L'arresto il 7 ottobre 1943. Come si svolsero i fatti?
«Per rastrellare il ghetto di Roma in tranquillità, i tedeschi della Gestapo tolsero di mezzo oltre 2500 carabinieri, tra cui io, subito imprigionati nelle varie caserme del territorio. Prima della deportazione nei lager nazisti, fummo condotti in un maneggio al coperto in via delle Milizie e la sera caricati sui camioni alla stazione Ostiense. Il treno fece una sola tappa, a Bologna, dove avemmo solo il tempo di fare pipì all'aperto. Non ci diedero nulla da mangiare. Si ripartì verso Priel prima della destinazione finale, il lager di Trofaiach. A Priel passammo la notte sotto un grande tendone, la mattina ci caricarono sui camion e ci condussero nel lager 18 A di Trofaiach, provincia di Graz. Ci alloggiarono nelle baracche di legno, dalla partenza da Roma, eravamo ancora a digiuno. A mezzogiorno ci diedero della brodaglia con tre etti di pane da dividere con gli altri compagni, gli zoccoli di legno indossati a piedi nudi, una tuta da lavoro di tela su cui erano riportate le lettere KG, prigionieri di guerra, al collo ci misero una medaglietta, il mio numero di riconoscimento era 34450. Il primo ingresso in fabbrica il 10 ottobre 1943».
Quanto distavano gli alloggi dal campo di lavoro?
«Dalle baracche alla stazione di Trofaiach dovevamo percorrere 5 km a piedi, qui prendevamo il treno per Leoben, altri venti km, dove si trovava e si trova ancora oggi, la sede della fonderia Donawiz. Dalla sveglia delle quattro del mattino, si viaggiava per ore e poi si lavorava fino alle sei di sera, quindi il ritorno nell'accampamento dopo 12 ore trascorse ad assemblare il ferro per fare i carri armati. Prima di andare a dormire, l'appello al freddo e con i morsi della fame che non ci hanno mai abbandonato. Sulle stufette delle camerate attaccavamo le gavette per cuocere le patate. Dopo sei mesi di prigionia, si aprì uno spiraglio. I tedeschi ci fecero un'offerta che quasi tutti rifiutammo: l'arruolamento nella Repubblica di Salò per riavere la libertà e tornare a casa. La nostra fu una resistenza passiva, questo rifiuto mi è valso il riconoscimento di Volontario della Libertà».
Sulle pareti di casa Rossi, spicca infatti, dentro una cornice d'argento, il riconoscimento del ministero della Difesa datato 13 settembre 1979. Nel testo si legge che «il maresciallo d'alloggio maggiore aiutante dei carabinieri, Abramo Primo Rossi, essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l'invasore tedesco e la Repubblica Sociale durante la Resistenza, è autorizzato a fregiarsi, ai sensi della legge 1 dicembre 1977 numero 907, del distintivo d'onore per i patrioti Volontari della Libertà istruito con decreto luogotenenziale numero 350 del 3 maggio 1945». Verso la metà di aprile del 1945, i prigionieri di Hitler furono liberati. «Da Trofaiach ci caricarono a bordo di un camion e ci condussero a Tarvisio, provincia di Udine. Eravamo tornati in Italia, finalmente. Io avevo le stampelle a causa di una lussazione alla tibia che mi aveva costretto a portare il gesso. A piccole dosi, ci hanno dato da mangiare della polenta, il primo pasto normale dopo 19 mesi di prigionia. Ci dissero che la guerra era finita. A quel punto potevo tornare a casa, ma impiegai un mese con mezzi di fortuna. A bordo di un camion, non potevo camminare in quelle condizioni. Arrivai in Emilia Romagna, dove c'era un centro di raccolta dei militari. Eravamo migliaia, in quel caos incontrai un paesano di Colonnella, Pietro Cicchetti, col quale tornai a casa a bordo dei mezzi dei polacchi e degli americani».
Il 25 maggio 1945 lei tornò ad Alba Adriatica.
«Per strada mi vide mai cugina Giuseppina, che corse a Colonnella ad avvertire la mia famiglia. Con una slitta trainata dalle mucche, mi riportarono a casa dove trovai tutti a piangere: papà Attilio, mamma Ida Marchetti e i miei fratelli, Giuseppina, Rosario e Mario. Seguirono due mesi di convalescenza e poi di nuovo al lavoro, destinazione Assergi, nell'Aquilano. Andai al lavoro con un moschetto: ero in borghese perché non si trovavano le divise da carabiniere, la Legione non le aveva. Lo stipendio era di una amlire al mese. Nel 1950. mi occupai anche della repressione contadina in Sicilia. Dal 1966 al 1976, mi assegnarono il comando della stazione dei carabinieri di Roccaraso, dove conobbi l'allora presidente della Repubblica Giovanni Leone che in paese aveva una casa vacanze». Dopo 36 anni con la divisa addosso, arrivò la pensione nel 1979. Diciotto anni prima, nel 1961 Abramo, sottotenente con titolo onorifico, aveva incontrato all'Aquila Pia Ciocca, la sposa. dal matrimonio sono nati Franca, dirigente scolastica a Roma, 51 anni; Gabriella, architetto di 49 anni, residente a Pescara; e Attilio, ingegnere di 47 anni tornato a vivere nella casa dei nonni a Colonnella.
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