Abruzzo, il rapporto rivela: troppi focolai nelle famiglie

6 Dicembre 2020

Ecco l’atto del ministero. Svela la vera causa che ci costringe a restare unica regione rossa Ma Speranza (forse già stasera) può dare l’ok alla zona arancione se calano i contagi in casa

PESCARA. Troppi focolai in famiglia non ricollegabili a tracciamenti già noti. È questo il punto debole della lotta al Covid 19 in Abruzzo. A spiegarlo è un documento del Ministero della Salute di cui siamo venuti in possesso. In parole semplici, l’Abruzzo può retrocedere in fascia arancione entro il 10 dicembre o ancora prima, se riesce velocemente ad abbassare in particolare il fattore di rischio delle nuove infezioni casalinghe.
Il documento che pubblichiamo non è reperibile sui siti ministeriali, cioè non è alla portata di tutti perché si tratta di un atto riservato e inviato alla Regione Abruzzo che sta già operando per correre ai ripari sperando che, magari questa sera, ci siano novità positive da Roma. Notizie che rendano certa la possibilità di un’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, pronta per domani, che faccia uscire l’Abruzzo dalla situazione attuale, di unica regione d’Italia rimasta in zona rossa, permettendo così la riapertura di migliaia di negozi entro l’8 dicembre, festa dell’Immacolata.
Il presidente, Marco Marsilio, lo auspica. Ma entriamo nel dettaglio dell’atto riservato il cui titolo è “Report 29 completo. Monitoraggio Fase 2 settimanale 23-29 novembre aggiornato al 2 dicembre 2020”. Sono sette pagine in cui vengono riportati i 21 parametri che determinano le fasce delle Regioni. Sono dati che vanno al di là dell’indice di diffusione del virus (Rt), che vede l’Abruzzo in decima posizione in Italia con un valore di 0,9, al di sotto della soglia limite di 1, che però non basta per uscire dalla zona a più alto rischio di contagi. Ed è così che il rapporto riservato diventa essenziale per comprendere i motivi della nostra permanenza in zona rossa.
Ai punti 3.5-1, 3.5-2 e 3.6 troviamo la risposta: sono troppo alti i numeri dei focolai di trasmissione attivi (985 rispetto ai 965 del report precedente), nei nuovi focolai (497 da 402) e, soprattutto, «dei nuovi casi di infezione confermata da Sars-Cov-2 per Regione, non associati a catene di trasmissione note» (5.452 nel periodo compreso tra il 23 e il 29 novembre scorsi contro i 5.434 del rapporto precedente).
Sono proprio questi numeri riferiti alla «presenza di focolai e di nuovi casi di infezione non tracciati a catene note di contagio», che «richiedono una valutazione del rischio ad hoc». Così si legge nel rapporto.
L’Abruzzo, in altre parole, deve attivarsi in modo più incisivo per individuare i focolai che più sfuggono al controllo. Parliamo di infezioni che si sviluppano all’interno dei nuclei familiari, i più difficili da scoprire rispetto ai contagi nelle Rsa, negli ospedali o in altri luoghi che ospitano persone vulnerabili. Ma nello stesso rapporto del ministero scopriamo altri passaggi che dimostrano come la Regione stia correndo ai ripari compensando il punto debole dei focolai domestici non tracciati. Al punto 2.2 del report infatti si legge che «Il tempo mediano tra la data di inizio sintomi e la diagnosi» è sceso da 3 a 2.
Parliamo di giorni entro i quali i contagiati vengono intercettati dal sistema di prevenzione. La soglia d’allerta è 5 ma l’Abruzzo è molto al di sotto. L’altro dato positivo è ai punti 2.4 e 2.5. Descrive il «Totale delle risorse umane dedicate nei servizi di tracciamento e prelievo», cioè il personale sanitario messo in campo per le attività essenziali di risposta all’epidemia. È un dato che aveva sempre visto l’Abruzzo in maglia nera con un valore di 0,4 per 10mila, ma che oggi gli permette di vantare il numero di 1,9, ben oltre la soglia di 1, certificato dal ministero della Salute. E in grado di garantire una individuazione più veloce di quei focolai che si celano in casa degli abruzzesi.