Abruzzo, scuole superiori a forte rischio riapertura

L’allarme dei presidenti delle quattro Province in vista del nuovo anno scolastico «Impossibile garantire le distanze: non abbiamo risorse per adeguare gli edifici»
PESCARA. «Non ci sono tempi e risorse per adeguare le scuole. Le norme attuali sono inapplicabili. Per garantire la distanza di un metro nelle aule, dovremmo trovare nuovi edifici per accogliere gli studenti. Solo per avere il certificato di prevenzione incendi ci vogliono sei mesi. Non abbiamo fondi sufficienti. E poi c’è il problema del numero dei docenti e dei trasporti. Stando alle norme attuali, le scuole superiori a settembre difficilmente riapriranno». L’allarme arriva dai quattro presidenti di Provincia, l’ente che si occupa della manutenzione degli istituti superiori. Gli effetti devastanti del coronavirus si ripercuotono anche sulla didattica. Il ritorno alle lezioni in presenza a settembre resta un’incognita. In Abruzzo le scuole superiori rischiano di restare chiuse. Secondo le indicazioni del Comitato tecnico scientifico, per il ritorno a scuola a settembre andrà mantenuta la distanza di un metro tra un banco e l’altro. Questo comporta la necessità di raddoppiare gli spazi. Le Province, però, non hanno risorse per adeguare le scuole alle norme anti Covid. Ecco il loro grido d’allarme.
PESCARA: ANTONIO ZAFFIRI. «Il governo ha dato poteri commissariali ai sindaci e ai presidenti delle Province, ma a che serve se non abbiamo fondi, strutture e tempi?», si domanda Antonio Zaffiri, presidente della Provincia di Pescara che ha la competenza su 22 plessi scolastici. «Ci hanno nominato commissari straordinari solo per accollarci ulteriori responsabilità. La norma sulla ripresa dell’attività didattica in presenza a settembre non è ancora chiara. Ci chiedono di raddoppiare gli spazi per mantenere la distanza di un metro nelle aule. Le scuole già vengono da una situazione pregressa esplosiva. Oggi la situazione è ancora più drammatica e indecifrabile con l’emergenza Covid. L’ipotetica struttura alternativa per le lezioni dovrebbe avere la certificazione di prevenzione incendi. Ad oggi, se questa è la situazione, le scuole a settembre resteranno chiuse. Io non mi posso accollare responsabilità giuridiche. Le Province sono devastate. Non abbiamo soldi nemmeno per pagare le bollette delle scuole, figuriamoci se li abbiamo per adeguare gli edifici. Vogliamo parlare, poi, dei trasporti?», aggiunge Zaffiri, «non ci sono risorse per raddoppiare le corse. Come faranno i Comuni con lo scuolabus? ».
CHIETI: MARIO PUPILLO. «Prima del Covid, avevamo già iniziato a lavorare per la messa in sicurezza delle scuole in vista della riapertura a settembre», spiega Mario Pupillo, presidente della Provincia di Chieti. «A dicembre scorso ho fatto un atto di indirizzo per la verifiche di tutte le scuole superiori della provincia di Chieti, che sono circa 40, e queste operazioni si stanno svolgendo anche se sono state ritardate per la pandemia. A questo, però, bisogna inserire il discorso Covid. Non possiamo raddoppiare le aule. Non ci sono tempi e fondi per fare tutto quello che ci chiedono. Con i criteri del Covid, dovremo trovare soluzione scuola per scuola per rispettare il distanziamento. Questo è il problema più grande. E poi c’è un altro tema: ci sono insegnanti sufficienti per garantire le lezioni con le aule sdoppiate? Trovare altre aule è un problema: dove prendiamo tempo e soldi? I fondi delle Province non sono sufficienti. La cosa più semplice sarebbe fare i doppi turni, ma sarebbe un problema poi per i pendolari. A Chieti, all’Istituto tecnico industriale Luigi Savoia, ci sono 1.500 studenti: dove li mettiamo? Come fanno a svolgere i laboratori? È impossibile riaprire la scuola con queste condizioni. Tutto, come al solito, ricascherà sulle Province e sui Comuni».
L’AQUILA: ANGELO CARUSO. «In due mesi dovremmo fare i miracoli. Dovremmo agire col metro alla mano per verificare quante aule consentirebbero lo svolgimento delle lezioni in presenza rispettando la distanza di un metro», dice Angelo Caruso, presidente della Provincia dell’Aquila. «Dobbiamo sentire i dirigenti scolastici per sapere quante scuole, su quaranta di nostra competenza, sono in grado di ottemperare alla prescrizione. La vedo molto dura. In una provincia come la nostra, caratterizzata dal rischio sismico, non abbiamo la possibilità di verificare il grado di vulnerabilità di edifici che eventualmente metteremo a disposizione come soluzione alternativa. Ci avventureremmo in altri rischi anche maggiori rispetto al Covid. Ci vorrebbe il rispetto della normativa anticendio che suppone verifiche e procedimenti lunghi. Coinvolgere altre strutture pubbliche è un’ipotesi rara. Non abbiamo risorse e non sappiamo nemmeno quali sarebbero i costi. Dovremmo affittare un immobile e farci dei lavori di adeguamento per l’attività scolastica. Se le condizioni sono queste, proporrei lezioni in presenza a settimana alterne. Il problema, però, riguarda anche i trasporti. La Tua dovrebbe triplicare le corse, ma come fa? Sono tutti problemi a catena. Se sdoppiamo le aule, dovremmo avere il doppio dei docenti. La misura del distanziamento non è applicabile. Forse solo il 12% dell’apparato scolastico regionale, dall’infanzia alle superiori, è in grado di recepire questa misura e riaprire».
TERAMO: DIEGO DI BONAVENTURA. «Il problema è serio. Non ci sono ancora linee guida certe. Organizzare tutto in pochi mesi e senza risorse non è facile», sostiene Diego Di Bonaventura, presidente della Provincia di Teramo. «La soluzione sarebbe utilizzare edifici dismessi, prepararli e adeguarli. Ma ci vogliono i soldi per fare questo. Le prescrizioni del Comitato tecnico scientifico sono irrealizzabili per molti dei nostri istituti che rischiano di restare chiusi. Non c’è stato alcun coinvolgimento degli enti locali per l’individuazione di spazi alternativi per la didattica, per evitare il sovraffollamento delle aule e la rimodulazione degli orari dei mezzi di trasporto, indispensabili questi ultimi per eventuali scaglionamenti dei rientri. In assenza di qualsiasi indicazione certa, abbiamo avviato una ricognizione sugli edifici esistenti per trovare nuovi locali da adibire all’attività didattica. In molti istituti superiori sarà impossibile garantire il distanziamento sociale semplicemente perché non ci sono altre aule e altri spazi da utilizzare. Molte scuole sono inagibili o in ricostruzione. I pochi fondi che abbiamo per la messa in sicurezza non possono essere usati per queste nuove esigenze perché sono già impegnati per la sicurezza antisismica».
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