Abusa di una 15enne, condannato a 4 anni

6 Luglio 2024

Un 28enne accusato di violenza su una ragazzina ubriaca: in casa c’era anche la madre dell’imputato

PESCARA. «Un predatore che si aggira nel parco alla ricerca della sua vittima». Così la pubblica accusa, rappresentata dal pm Gennaro Varone, aveva descritto l’imputato accusato di aver violentato una quindicenne, che peraltro aveva assunto alcolici, dopo averla portata a casa sua. Varone aveva concluso la sua requisitoria chiedendo una condanna a 5 anni di reclusione: il collegio gliene ha inflitti 4, condannando l’imputato anche a risarcire il danno in sede civile alla famiglia assistita dall’avvocato Roberta Sanelli. Tutto questo nonostante i dubbi sollevati dal difensore del giovane di 28 anni (di origine straniera, ma adottato da una famiglia pescarese, che all’epoca dei fatti, 18 agosto del 2020, aveva 24 anni), l’avvocato Giancarlo De Marco, che aveva sostenuto che la ragazza sarebbe stata consenziente, e criticando il modo in cui venne condotto l’incidente probatorio che servì all’accusa per cristallizzare le dichiarazioni della giovanissima parte offesa.
Quello che doveva essere uno spensierato pomeriggio in un parchetto in compagnia di un’amica, si trasformò per la vittima in un pomeriggio da incubo. Le due ragazze avevano deciso di acquistare una bottiglia di vodka e la stavano sorseggiando su una panchina quando si avvicinarono due giovani, fra cui l’imputato. La quindicenne era già abbastanza provata dall’alcol e quando lui la invitò a proseguire la bevuta a casa sua, l’amica cercò di dissuaderla, ma senza riuscirvi. A casa c’era anche la mamma dell’imputato che si rese conto che la ragazza non stava tanto bene. I due si chiusero in camera e la vittima fu abusata ripetutamente.
«Il suo racconto», afferma il pm, «è genuino. La giovane vittima aveva sottovalutato il pericolo a causa dell’alcol che aveva assunto. Lui le impose l’atto sessuale vincendo con la sua fisicità». Diametralmente opposta la tesi difensiva: De Marco conclude chiedendo l’assoluzione con formula piena, anche sulla base del fatto che la ragazza si era arrabbiata con l’amica che aveva dato ai suoi genitori (che stavano cercando la figlia che aveva disertato l’appuntamento che avevano alla fermata dell'autobus), il cellulare dell’imputato: «Voleva salvaguardare il suo stupratore? No, lo voleva tenere fuori da tutto per non far sapere che aveva fatto sesso con lui». Una volta usciti dalla casa dell’imputato, la quindicenne avrebbe cercato, secondo l’accusa, di contattare qualche amico, ma senza riuscirvi: poi l’incontro con i genitori che si resero conto dell’accaduto e la portano in ospedale. E qui «lei subito riferisce tutto alla madre», sostiene Varone, «e riferisce anche del comportamento della madre dell’imputato, preoccupata di cosa stesse facendo il figlio che si era chiuso a chiave in camera sua».
Nel capo di imputazione la procura aveva evidenziato come l’imputato avesse «abusato della condizione di inferiorità fisica e psichica della vittima, dovuta allo stato di alterazione causato dall'assunzione di bevande alcoliche, dopo averla condotta nella propria abitazione, la induceva a compiere e subire atti sessuali... con l’aggravante dell'aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, tali da ostacolare la pubblica e privata difesa e segnatamente per averla condotta nella propria abitazione e per aver commesso il fatto nei confronti di ragazza minore di 15 anni».