Accoltellò un 15enne, resta in carcere

Il giudice: evidente intento omicida nell’aver sferrato colpi in zone vitali. Il ragazzino si salvò rifugiandosi nella farmacia
PESCARA. Anche per il gip di Pescara, Fabrizio Cingolani, il diciottenne A.E.T., residente a Montesilvano e originario di Foggia, che lo scorso primo ottobre tentò di uccidere un quindicenne in via Firenze, deve restare in carcere.
Rintracciato il giorno successivo nella casa della sorella a Miglianico, il suo arresto era stato convalidato dal gip di Chieti prima che il fascicolo passasse per competenza a Pescara che, prima che perdesse efficacia, ha rinnovato la misura cautelare in carcere a Pescara. Tentato omicidio è l’accusa contestata al giovane. Sei le coltellate inflitte alla vittima e che, pur se indirizzate in parti vitali, non provocarono la morte del 15enne che aveva affrontato l'aggressore per capire i motivi di una lite che l’indagato aveva avuto in precedenza con un suo amico, per motivi di gelosia. Nel riportare ampi stralci della ricostruzione dei fatti contenuta nella misura del gip di Chieti, il collega di Pescara ha evidenziato i motivi della sua decisione di mantenere in carcere il diciottenne. «Sussistono i gravi indizi di colpevolezza», scrive Cingolani, «del reato contestato, evincibili dalle immagini inerenti l’aggressione da parte dell’indagato, nonché le sommarie informazioni rese dalle persone presenti». La scena venne ripresa da due telecamere per cui la ricostruzione dell’accaduto è stata fatta in maniera dettagliata, avendo avuto, gli inquirenti, la possibilità di verificare il fatto da due angolazioni diverse. Il giudice parla di «evidente intento omicida, evincibile dalle modalità della condotta, consistita nell’essersi presentato con un’arma da taglio e nell’aver sferrato dei colpi diretti verso zone vitali, costituenti, anche per la veemenza evincibile dalle immagini e dagli esiti clinici, atti idonei e diretti inequivocabilmente a cagionare la morte dell’aggredito».
E aggiunge, riguardo alle gravissime modalità del fatto e alla personalità dell’indagato, che lo stesso avrebbe «agito per motivi futili con impeto e rabbia, incurante della compromissione del bene della vita altrui, agendo peraltro in una pubblica via del centro della città, col rischio dell’intromissione e del coinvolgimento, anche involontario, di altri soggetti». Non solo, ma secondo il primo giudice chietino, l’arrestato avrebbe desistito nel proseguire la sua azione omicida, soltanto per il timore di essere catturato. E quindi, anche per il giudice pescarese le esigenze cautelari ci sono tutte, prima fra tutte quella del pericolo di fuga.
«L’essersi sottratto alle ricerche successive ai fatti, spegnendo il telefono ed allontanandosi dalla sua residenza, sono elementi sintomatici della possibilità che l’indagato, anche in caso di applicazione di misura non custodiale, possa approfittarne per sottrarsi all’applicazione della stessa e al relativo procedimento penale». Il giovane fu rintracciato a casa della sorella soltanto il giorno dopo dagli uomini della squadra mobile, che avevano deciso di pedinare il padre che era apparso reticente sul dove si trovasse il figlio.
E quanto ai possibili problemi psicologici sollevati dall’avvocatessa Sabrina Sbaraglia, che assiste l’indagato, che renderebbero incompatibile il regime carcerario di Chieti con la supposta patologia dell’arrestato, il giudice è stato chiaro: «Eventuali allegati disturbi psicologici dell’indagato non appaiono, allo stato, incompatibili con la custodia presso il carcere di Pescara (l’indagato è stato spostato da Chieti a Pescara ancora prima di questa secondo misura cautelare, in base alla relazione del medico, sollecitata dallo stesso gip di Chieti ndr), in quanto la relazione medica in atti ha soltanto certificato l'incompatibilità della detenzione presso il carcere di Chieti, evidentemente non attrezzato per fornire supporto psicologico adeguato ad un soggetto giovane, indagato per un così grave reato contro la persona».

