Accusa in aula la moglie: «Voleva darmi medicinali senza motivo»

Testimonia l’uomo del quale la coniuge e il figlio avrebbero progettato la morte somministrandogli forti dosi di Coumadin. «Durante il ricovero in ospedale, lei mi punse con qualcosa sulla spalla»
PESCARA. «Mia moglie mi disse che dovevo prendere delle pasticche che gli aveva dato il dottore: ma io ero stato visitato da quel dottore di cui parlava, ma non mi aveva dato alcun farmaco».
Depone davanti al collegio, in qualità di parte offesa, Antonio Di Tommaso, l'imprenditore di Spoltore che secondo l'accusa, la moglie Daniela Lo Russo e il figlio di quest'ultima, Michele Gruosso, avrebbero cercato di uccidere somministrandogli dosi di Coumadin, un farmaco che blocca la coagulazione.
I RICOVERI Di Tommaso racconta dei suoi tanti ricoveri in ospedale a Pescara e Chieti, di quanto stava male, e anche dell'aggressione che subì la sera del 10 luglio del 2016, per la quale sul banco degli imputati siedono anche un colombiano di 33 anni, Edwin Andrey Mosquera Zabala e l'italiano Marco Faggion, considerati dall'accusa rispettivamente aggressore e intermediario per quanto riguarda quello specifico episodio.
IL COUMADIN Una aggressione che, secondo la logica della ricostruzione dell'accusa, aveva un preciso scopo: quello di creare ferite interne ed esterne al malcapitato Di Tommaso che, con il Coumadin che gli veniva somministrato anche in forti dosi dalla moglie e dal figlio di lei, lo avrebbero portato alla morte per emorragia. Una sorta di delitto perfetto.
La parte offesa ha ricostruito i suoi rapporti con la moglie che, come lui, era vedova con due figli che vivevano anche loro nella casa di Di Tommaso a Spoltore.
«Erano normali rapporti», ha aggiunto il teste, «con alti e bassi come in ogni famiglia. Lei collaborava anche con me nel lavoro, mi teneva i conti. Poi un bel giorno mi disse che non stava più bene in quella casa e se ne andò, come aveva fatto il figlio qualche tempo prima. Ma ci vedevamo comunque tutti i giorni: mangiavamo insieme, tutto regolare».
Poi il pubblico ministero Rosangela Di Stefano torna sui ricoveri ospedalieri. «Ricordo molti ricoveri», afferma Di Tommaso, «ma non saprei dire come si svolgevano le mie giornate in ospedale perché avevo ricordi evanescenti, stavo sempre male e non capivo il perché. Avevo spesso vomito, ero spossato e non mi reggevo in piedi».
L’AVVELENAMENTO Questo fino a quando, dopo l'intervento dei carabinieri che, partendo da quell'aggressione, stavano indagando anche su moglie e figlio, andarono a parlare con il medico dell'ospedale invitandolo a fare determinati controlli per accertare un eventuale avvelenamento.
«Un medico dello staff del primario del reparto mi disse: "Lei ha un avvelenamento in corso". Ma io non riuscivo a spiegarmelo perché non prendevo niente, solo dosi da cavallo di vitamina K. Poi dal 22 luglio del 2016», giorno degli arresti di moglie e figlio, «non ho più avuto alcun problema».
PUNTO ALLA SPALLA E su sollecitazione dell'accusa, Di Tommaso ricorda un episodio che si verificò sempre in ospedale. «Eravamo nel corridoio del reparto, ricordo che mia moglie mi punse con qualcosa sulla spalla: iniziai a sudare e tornai a letto perché mi sentivo male».
E ancora: «Mi portavano in ospedale», dice riferendosi a moglie e figlio, «delle bevande tipo Gatorade e a volte erano insistenti: le dovevo bere, ma io non ero lucido più di tanto».
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