Addio a Moniè, inventore del premio D’Annunzio

Berardino Ferrara aveva 76 anni: oggi alle 16,30 i funerali nella chiesa di San LuigiAppassionato di pittura e scopritore di talenti, partecipò anche alla vita politica
PESCARA. Scanzonato, vulcanico, impetuoso, sanguigno, idealista e generoso. Così era Moniè, nome d'arte di Berardino Ferrara, scomparso ieri mattina all'età di 76 anni dopo aver combattuto contro un male che gli ha impedito di inseguire i suoi sogni, negli ultimi due anni. Artista eclettico originario di Casacalenda (Campobasso) dove era nato il 23 aprile 1944, ma vissuto da sempre a Pescara, scopritore di talenti, fondatore nel 1974 del premio di arte contemporanea pittura e scultura "Gabriele D'Annunzio", Moniè aveva un carattere ruvido con un cuore grande.
Voleva che il talento dei giovani venisse riconosciuto, si batteva per i diritti dei più deboli, si infervorava e si aggrovigliava nelle sue dialettiche politiche: nel 1996 si era candidato con la Fiamma Tricolore e per una manciata di voti non era riuscito ad agguantare il Senato. Quella voce che alzava quando battagliava per gli ultimi, si è spenta ieri mattina alle 5 nella sua abitazione. Se ne è andato in silenzio, lui che quando entrava in una stanza accendeva su di sé i riflettori con la sua simpatica invadenza.
Ferrara, ex ispettore nel settore repressione frodi del ministero dell'Agricoltura, lascia la moglie, Maria Rosaria Papa, le figlie Ezilde, giornalista; Elisabetta, igienista dentale; Daria, maestra d'arte; Monica, avuta da un precedente matrimonio, i nipoti, Mattia, Francesco, Cristel ed Eveline, i generi Pietro e Alessandro, il cognato Arturo.
I funerali si terranno oggi alle 16,30 nella chiesa di San Luigi Gonzaga, nell'omonima piazza di Porta Nuova. Le sue spoglie saranno tumulate nel cimitero di Rivisondoli, paese natale della madre, Ezilda Bardaro, dove aveva ideato il premio "Pintori", concorso di pittura estemporanea. In seguito le ceneri saranno disperse, come suo desiderio, sulla Piana delle Cinquemiglia, tra i luoghi dell'anima di Moniè.
«Mio padre», racconta addolorata e in lacrime la figlia Ezilde, «era un uomo affettuoso che amava la famiglia. Ci ha trasmesso il valore della cultura, amava la sua arte seppur, spesso, incompreso. Era sempre vicino alla sofferenza degli ultimi. I suoi circoli culturali erano teatro di aggregazioni multietniche, non si tirava mai indietro quando qualcuno aveva bisogno del suo aiuto».
Esortava le figlie a vivere la vita d'un fiato perché «la vita è un soffio, ci diceva, con i toni perentori di chi non era disposto a cedere». Moniè, il nome che aveva scelto, dopo un viaggio parigino, per non essere mai dimenticato. «La pittura di Moniè è fedele a se stessa, sofferente e amicale», scriveva anni fa Vincenzo Centorame, il presidente del premio Michetti di Francavilla, scomparso di recente.
Soffriva, Moniè, perché aveva una visione libera e incontaminata della vita e dell'arte che promuoveva senza tregua. Spesso incompreso, malgrado una carriera brillante. Ha partecipato attivamente alla vita artistica nazionale dal 1963 al 1974 e vinto oltre un centinaio di premi di pittura, numerose le mostre personali e collettive realizzate in tutta Italia. Ha fondato il centro culturale Giano, il centro italiano di Arte contemporanea e il centro culturale Prisma.
Nel 1979 ha fondato il settimanale "Il Corriere de l''Appennino", insieme al filosofo Centorame e in seguito "Le Ortiche", tabloid di satira politica. Il premio D'Annunzio (l'ultima edizione all'Aurum due anni fa) è stato fortemente sostenuto dallo storico Licio Di Biase, quando era assessore alla Cultura del Comune di Pescara dal 1994 al 2003, che ricorda un aneddoto: «Durante gli scavi del mosaico, sul lungofiume, riportammo alla luce una svastica. Per lui, che ha rappresentato la politica di destra, divenne un simbolo importante da preservare al punto tale che un giorno si mise a urlare che non doveva essere ricoperto».

