Addio agli artigiani, chiudono in 13mila
A noi va la maglia nera: più avvocati che idraulici. E tra le 103 province Teramo si piazza al quarto peggior posto (-30,6%)
PESCARA. Continua a scendere in Italia il numero complessivo degli artigiani, intesi come titolari, soci o collaboratori familiari che svolgono un'attività lavorativa prevalentemente manuale.
E l’Abruzzo indossa la maglia nera: è la regione che ha fatto registrare il calo maggiore in termini percentuali, con un saldo di meno 29,2% pari a 12.767 lavoratori che hanno gettato la spugna dal 2012 al 2023. Non solo. Tra le 103 province italiane, Teramo è al quarto peggior posto (-30,6%), Pescara è al settimo (- 29,3%), Chieti al decimo ( - 28,7%) e L’Aquila al 13° ( - 27,8%).
Se nel 2012, a livello nazionale, gli artigiani erano poco meno di 1.867.000 unità, nel 2023 la platea complessiva è crollata di quasi 410mila soggetti (-73mila solo nell'ultimo anno) e ora il numero totale sfiora quota 1.457.000, pari al -22%. Il panorama con tinte grigie emerge da un'elaborazione effettuata dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati dell'Inps e di Infocamere/Movimprese.
VOLO VERTICALE.
«Negli ultimi undici anni abbiamo assistito a una caduta verticale che si è interrotta solo nell'anno post Covid (+2.325 tra il 2021 e il 2020). Se questa tendenza non sarà invertita stabilmente, non è da escludere che entro una decina d'anni sarà molto difficile trovare un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista per la casa», dice la Cgia. Ma anche il numero delle aziende artigiane attive è in forte diminuzione.
Se nel 2008, anno in cui si è toccato il picco massimo di questo inizio di secolo, in Italia le imprese artigiane erano 1.486.559, sono scese costantemente e nel 2023 si sono fermate a quota 1.258.079.
La riduzione in parte è anche riconducibile al processo di aggregazione/acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. La platea degli artigiani si è dunque ristretta ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese, in particolare del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda.
ABRUZZO A FONDO.
Tra il 2012 e il 2023 è stata Vercelli la provincia ad aver registrato la variazione negativa più elevata d'Italia, con il -32,7%. Seguono Rovigo con -31%, Lucca con -30,8% e Teramo che ha perso 3.714 artigiani dei 12.124 presenti nel 2012.
Pescara invece ne ha persi 2.844 (su 9.696), Chieti 3.483 (su 12.141) e L’Aquila 2.727 (su 9.805). Flessioni più contenute a Napoli con -8,1%, Trieste con -7,9% e Bolzano con -6,1%. In termini assoluti, le province che hanno registrato le decurtazioni maggiori sono state Torino con -21.873, Milano con -21.383, Roma con -14.140, Brescia con -10.545, Verona con -10.267 e Bergamo con -10.237. Per quanto riguarda le regioni, infine, le flessioni più marcate in termini percentuali hanno interessato l'Abruzzo, passato da 43.766 a 30.998 artigiani, le Marche con -26,3% e il Piemonte con -25,8%. In valore assoluto, le perdite di più significative hanno interessato la Lombardia con -60.412 unità, l'Emilia-Romagna con -46.696 e il Piemonte con -46.139.
PIÙ AVVOCATI CHE IDRAULICI. Negli ultimi decenni tante professioni ad alta intensità manuale hanno subito una svalutazione culturale che ha allontanato molti ragazzi dal mondo dell’artigianato. Il tratto del profondo cambiamento avvenuto, ad esempio, è riscontrabile dal risultato che emerge dalla comparazione tra il numero di avvocati e di idraulici presenti nel nostro Paese: se i primi sfiorano le 237mila unità, si stima che i secondi siano “solo” 180mila.
«È evidente che la fuga dei cervelli in atto nel nostro Paese e, per contro, la mancanza di tante figure professionali di natura tecnica sono imputabili a tante criticità», si legge sul report della Cgia Mestre che lancia anche una stilettata politica: «A nostro avviso le principali sono: lo scarso interesse che molti giovani hanno nei confronti del lavoro manuale; la mancata programmazione formativa verificatasi in tante regioni del nostro Paese e l’incapacità di migliorare/elevare la qualità dell’orientamento scolastico che, purtroppo, è rimasto ancorato a vecchie logiche novecentesche di gentiliana memoria (Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione del primo governo Mussolini, ndr)».
COLPO D’OCCHIO.
La contrazione degli artigiani e delle loro attività si possono notare anche a occhio nudo. Girando per le nostre città e i paesi di provincia sono ormai in via di estinzione tantissime botteghe artigianali.
Insomma, non solo diminuisce il numero degli artigiani e le aziende di questo settore, ma anche il paesaggio urbano sta cambiando volto. Sono ormai ridotte al lumicino le attività storiche che ospitano calzolai, corniciai, fabbri, falegnami, fotografi, lavasecco, orologiai, pellettieri, riparatori di elettrodomestici e Tv, sarti, tappezzieri, etc. Attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, che hanno contraddistinto la storia di molti quartieri, piazze e vie delle nostre città, diventando dei punti di riferimento per le persone che sono cresciute in questi luoghi.
CONTROCORRENTE.
«Ma non tutti i settori artigiani hanno subito la crisi», conclude l’analisi della Cgia.
Quelli del benessere e dell’informatica presentano infatti dati in controtendenza. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Va altrettanto bene anche il comparto alimentare, con risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie, le pulitintolavanderie a gettone e le pizzerie per asporto ubicate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica. Tutto il resto, invece, è vittima dell’usa e getta. (l.c.)
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