Addio Martocchia, signore della cultura

Il professore popolese si è spento dopo una breve malattia, il ricordo dello scrittore D’Alessandro
di GIOVANNI D’ALESSANDRO
È . il mondo dei social e anche la morte – ieri occorsa del professor Giuseppe Martocchia di Popoli, dopo settimane di angoscia e di cure e d'interventi relativi all'aneurisma che l'aveva colpito a Ferragosto – viaggia su post, è twittata e via dicendo.
Lo stesso professore sarebbe stato d'accordo con tale affermazione, per la sua continua presenza in questi spazi mediatici, che lo facevano apparire, alle soglie degli 80 anni quali nessuno gli dava, un nativo digitale. Solo che di fronte a una morte ci sono post e post, tweet e tweet. E quando la pioggia di commenti, come sulla sua fine, cade torrenziale in poche ore – con frasi accorate, le quali vengono da ex alunni e da amici, da ex colleghi e da lettori dei suoi libri, da editori e da persone del mondo della cultura e dei media, o da conoscenti e basta – “bucando” i social, vuol dire che se n'è andato qualcuno.
Giuseppe Martocchia era qualcuno. Era un uomo con molti sostantivi e molti titoli, inadeguati al suo talento, cui ben si sarebbe adattata una antica frase: homo sum, humani nihil a me alienum puto, sono un uomo e nulla di ciò ch'è umano io ritengo a me estraneo. È la ricchezza di ciò che chiamiamo interiorità. Geist, cioè animo, per chi voglia esprimere, senza notazioni metafisiche, ciò che era, e cioè la sua formazione, prima, e poi la sua interazione con gli altri esseri umani; tutto il patrimonio di cui era portatore. Popolese di origine e di riacquisite radici, per decenni docente di materie letterarie, primariamente di latino e greco con la moglie Rita Zaino, nei licei e nelle scuole superiori, classicista di fama, critico letterario, saggista, filologo, romanziere, ma soprattutto amante di tutto ciò, Giuseppe Martocchia, il prof non solo prof, era una persona conosciuta e apprezzata, per far ricorso a un sobrio understatement, da tutti.
Da parte di chi scrive queste righe, che vorrebbero essere un sorridente ricordo e un momentaneo aiuto a eclissare il rimpianto per la sua scomparsa, Giuseppe riceveva una non dichiarata sfida che lo vedeva sempre vincente e che funzionava così: nel corso di una conversazione o di una cena, magari, inserivo senza segnali di avvertimento, e magari parafrasandola, la frase di un grande autore o pensatore, o il verso di un poeta e poi lo guardavo di sottecchi per vedere se n'era accorto. Non passavano tre secondi che gli s'illuminavano gli occhi e lo vedevo sorridere e assentire col capo. Aveva riconosciuto. Non gli sfuggiva nulla, ma non gli avreste mai sentito pronunciare il nome del non dichiarato autore della frase: non sarebbe stato di classe e Giuseppe di classe, oltre che di cultura, ne aveva tanta, anche nel gioco.
Qualcuno sta postando sue immagini, belle, che lo ritraggono mentre gioca. E' un bel tributo. Silenzioso e scherzoso, questo era Giuseppe. Magari un po' meno nella militanza politica, vocazionalmente vissuta fin dalla giovinezza anche nelle antiche asprezze, o nel ruolo di amministratore civico, gestito con generosità e impegno; il cui ricordo lo vedeva, questo sì, farsi serio e dissentire, ancora con un cenno del capo e basta, dall'odierna involuzione della politica; dalla freddezza, maturata e praticata dal Palazzo, rispetto alla incandescenza del bisogno avvertito per strada. Giuseppe è stato tutto questo e altro. Un captatore di bisogno. Un ricettore di alienità o estraneità umana: quanto più remota, tanto più avvertita come vicina, o appartenente a lui. La sua parabola di vita si è conclusa, la sua figura persiste. E ci lascia, per citare il Brecht amato da lui e da Rita, mit nachsicht, con gentilezza. Con tenerezza.
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