Aerei per il Vate bloccati I piloti: ci hanno minacciati

Paura durante il volo su Fiume. «Volevano usare i caccia per non farci atterrare Un comportamento inammissibile: presenteremo un esposto alle autorità»
PESCARA. «Abbiamo vissuto attimi di paura». A distanza di ventiquattro ore dai voli dannunziani su Fiume, costretti a tornare indietro per il divieto di atterraggio imposto dalle autorità croate, torna a parlare Eugenio Sirolli, presidente di Fly Story e pilota di uno dei due piper partiti nella mattinata di giovedì da Pescara, insieme ai colleghi Marco Di Lorenzo, Giuseppe Failla e Paolo Caldarale, che avrebbero dovuto raggiungere la città croata per festeggiare i 100 anni dall'impresa di Gabriele D’Annunzio.
Ma a Rijeka (Fiume), la situazione si è riscaldata, complice una bandiera italiana sventolata sul palazzo di governo: il clima si è fatto teso e le autorità hanno impedito la celebrazione.
«Avevamo un piano di volo concordato», dice Sirolli il giorno dopo la disavventura. «Come da protocolli internazionali, una volta che un piano è stato concordato ed è stata data l’autorizzazione, non si può negare il permesso di atterrare, salvo nei casi in cui l'aereo possa rappresentare una minaccia, ad esempio per una bomba segnalata a bordo o se lo stesso è in fiamme. Insomma, se rappresenta un pericolo. E nessuno di questi casi faceva al nostro».
Poi continua: «Gli altri piloti in arrivo da Barcellona e Casale Monferrato, Sandro Deambrosis, Luigi Angelino, Edo Cappa e Mar e Fiore Ambrogio sono riusciti ad atterrare, ma quando i croati hanno scoperto la connessione con D'Annunzio li hanno arrestati. Noi siamo stati informati di quello che stava accadendo mentre eravamo già in volo».
Ed è proprio da questo momento che la situazione ha cominciato a farsi critica: «Arrivati al confine, dalla Croazia ci hanno detto che non potevamo atterrare. Abbiamo chiesto spiegazioni e loro ci hanno lasciato in attesa per almeno quindici minuti prima di darci una risposta confusa. Durante questo tempo noi siamo stati costretti a girare a vuoto sul mare, con il carburante che iniziava a diminuire sensibilmente».
Quindi, la decisione: «Ci siamo parlati e abbiamo deciso di atterrare lo stesso, provando a forzare il blocco. Volevamo farci arrestare anche noi quattro, per spiegare le ragioni di una manifestazione culturale e pacifica».
Ma a questo punto è arrivata la minaccia militare: «Una torre di controllo italiana ci ha informato che i caccia militari croati erano pronti ad alzarsi in volo. A quel punto, non ce la siamo sentita di andare avanti e abbiamo preferito fare ritorno a Pescara».
Intanto, per i colleghi che erano stati trattenuti nello scalo di Rijeka l'odissea non era ancora finita: «Ci hanno riferito di essere stati trattati malissimo. Non gli hanno dato nemmeno l'acqua e se dovevano andare in bagno venivano accompagnati e guardati a vista. Grazie all'intervento della Farnesina, contattata da noi piloti, quando ormai era quasi notte sono stati rilasciati. Considerate che noi voliamo a vista, quindi solo di giorno. Ciononostante, i nostri colleghi hanno approfittato della poca luce residua per alzarsi in volo e atterrare in terra slovena a Portorose, dove hanno passato la notte prima di ripartire verso le rispettive mete».
Sirolli, però, non appare per nulla intenzionato a chiuderla qui la questione: «Sicuramente partirà un esposto alle autorità internazionali. Quello avuto dai croati è un comportamento inammissibile per un Paese che fa parte dell'Unione europea. Come ho già detto, Fiume si è candidata a capitale europea della cultura per il 2020. Ma se queste sono le premesse, con questa mentalità e questi modi mi chiedo come sia possibile immaginarlo».
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