Al lavoro per 39 ore «Dovevo salvare vite»

7 Febbraio 2017

Verna, il capo dei 300 soccorritori: abbiamo dato il massimo

PESCARA. «Quando sono tornato a casa, mia moglie non mi riconosceva: al di là della fatica, del freddo e dei vestiti bagnati, avevo lavorato per 39 ore di fila, non avevo mangiato niente e, a dire la verità, non avevo neanche più fame: avevo solo la responsabilità di salvare delle persone intrappolate sotto la neve e le macerie». Luca Verna, ingegnere pescarese di 51 anni e vigili del fuoco da 24, è stato il direttore tecnico dei soccorsi all’Hotel Rigopiano, distrutto dalla valanga lo scorso 18 gennaio.

È stato lui, a capo di trecento persone su decreto del prefetto Francesco Provolo, a prendere le decisioni più difficili per raggiungere il prima possibile i sopravvissuti. «Tutti quelli che erano vivi sono stati estratti vivi», dice Verna, «abbiamo fatto tutto il possibile grazie al cuore di tutti quei soccorritori che hanno lavorato senza fermarsi un attimo in condizioni estreme e sotto il pericolo incombente di un’altra slavina». C’è una paura che Verna non ha mai avuto: «Era pericoloso, è vero, ma non abbiamo mai avuto il dubbio di entrare per soccorrere le persone».

Cosa ha visto quando è arrivato a Rigopiano?

«Io sono arrivato alle prime luci dell’alba con l’elicottero dei vigili del fuoco e mi sono calato con il verricello. Ho visto subito un albergo distrutto e invaso da detriti di valanga: neve, alberi, roccia e terra ricoprivano quasi tutta la superficie dell’hotel per un’altezza di 3/4 metri. Uno scenario estremamente complesso perché dovevamo salvare la vita di 38 persone (2 si erano già salvate da sole) sotto un albergo di 4 piani che, in gergo, si era “impacchettato” e sopra alle macerie si era stratificata la valanga. Poi, c’era una bufera di neve con vento fortissimo e l’elicottero volava con estrema difficoltà. E su di noi incombeva anche il rischio di un’altra valanga. Ma il nostro obiettivo principale era raggiungere il prima possibile le persone ma dovevamo farlo in sicurezza».

Come è iniziato l’intervento di soccorso nel resort?

«Abbiamo preso in mano subito la situazione con i nostri uomini specializzati, a partire dal nucleo Usar, cioè il personale specializzato per trovare superstiti e vittime sotto le macerie. Gli Usar hanno cominciato a operare in maniera soft: non potevamo mettere in campo mezzi pesanti perché avremmo potuto danneggiare le persone intrappolate così abbiamo scavato a mano utilizzando attrezzature semplici come pale, cesoie, pinze e seghe. Grazie a questa prima fase siamo riusciti a salvare le 9 persone. Le abbiamo trovate scavando, raccogliendo informazioni tecniche sull’edificio, utilizzando apparecchiature speciali come i geofoni e l’aiuto delle unità cinofile. Ogni giorno ho ascoltato tutte le persone che potevano darci informazioni utili sull’edificio: proprietari, dipendenti, manutentori, falegnami, arredatori. Così, abbiamo perfezionato le ricerche nelle aree più probabili e questo ha portato risultati perché tutti quelli che erano vivi sono stati estratti vivi».

Cosa significa salvare delle vite?

«Una gioia immensa anche se, in quei momenti concitati, non si percepisce bene quello che si sta facendo perché si pensa prima a stabilizzare le persone e a metterle in sicurezza per portarle il prima possibile all’ospedale. Quelle emozioni si rivivono dopo: salvare delle vite ripaga di tutti i sacrifici fatti. A Rigopiano ci sono persone che, come me, hanno lavorato anche 39/40 ore di fila in condizioni meteorologiche estreme con temperature che di notte scendevano anche a meno 10°, un vento che sferzava la faccia e senza il supporto logistico che il luogo non consentiva di avere. Abbiamo fatto il possibile per dare il meglio ai nostri uomini ma quel luogo aveva delle difficoltà».

Tecnicamente, cosa è accaduto all’albergo?

«La valanga ha investito l’albergo da un lato, quello della zona ristorante, opposta all’area del centro benessere. Secondo le leggi della fisica, l'impatto ha dato una forza torsionale all'edificio che ha subito un spostamento in senso antiorario soprattutto dei piani in elevazione con una traslazione di qualche metro in avanti verso il centro benessere. È ancora un’ipotesi e serviranno rilievi dettagliati. Credo che l’albergo sia crollato catastroficamente nell’immediato. Insieme ai miei uomini, sono entrato in tutti i locali in cui era possibile entrare e abbiamo trovato la gran parte dell’albergo completamente riempita di detriti di valagna, neve, legna e poi le macerie dovute al crollo dell’edificio e all’arredamento: era tutto così compatto che dava il senso della catastrofe. Nel giorno successivo, poi, si è aggiunto anche il problema della perdita di gas liquefatto a causa della rottura delle tubature dopo lo strappo della valanga: abbiamo dovuto contenere la perdita e bonificare».

Un intervento quasi impossibile?

«È stato l’intervento più difficile della mia vita e io faccio il vigile del fuoco da 24 anni. Ho spento tre incendi ed esplosioni di raffinerie, ho partecipato a tutte le operazioni di soccorso durante i terremoti dal 1997 a oggi, ho fatto interventi su navi da crociera ma un’operazione così non l’avevo mai fatta. Ho coordinato oltre trecento uomini tra Corpo nazione del soccorso alpino, forze dell’ordine, 118 e Protezione civile e tutti hanno lavorato in piena e perfetta sintonia, in silenzio. Noi della direzione tecnica del soccorso, ci siamo costruiti una sala operativa con dei pannelli in legno nel palasport di Penne e, lì dietro, in armonia, con l’unico obiettivo di salvare la vita a delle persone, abbiamo esaminato progetti, elaborato dati, ascoltato testimioni e preso decisioni per intervenire nel modo migliore possibile».

Si dice che a Rigopiano sia emerso il peggio dell’Italia che non riesce a prevenire una tragedia e il meglio con la forza e il sacrificio dei soccorritori. Lei cosa ne pensa?

«Posso dire che è venuto fuori certamente il meglio dell’Italia. Ho visto lavorare catene umane che scavavano a mano con uno spirito di sacrificio enorme e la direzione tecnica di soccorso non avrebbe avuto successo senza il cuore di tutti quei soccorritori che hanno lavorato senza fermarsi in condizioni estreme e sotto il pericolo incombente di un’altra slavina».

Cosa resta dopo questa tragedia?

«Resta una grande commozione perché, al di là del salvataggio di 11 persone, le vittime sono state 29 e io sono vicino ai parenti che hanno perso i propri cari. Ma resta anche la consapevolezza che è stato fatto tutto il possibile: ho visto negli occhi di chi lavorava la forza e la determinazione di dare il massimo. Ho visto gente affaticata ma senza mai un attimo di cedimento. Tanti colleghi mi hanno detto: ingegnere, stai tranquillo, li tiriamo fuori tutti. E non era affatto scontato. Il raggio in cui potevamo trovare i corpi era di circa mille metri. Il Cnsas si è prodigato per bonificare il tracciato dell’area valanghiva visto che non avevamo certezze che tutti fossero dentro l’albergo. Inoltre, nel parcheggio c’erano 17 macchine e alcune sono state trovate a centinaia di metri e distrutte: qualcuno poteva stare anche nelle auto».

Quale immagine le resta in mente?

«Il soccorritore che salva la vita di un bambino è sempre una bella immagine perché, in questi casi, si crea una fusione tra loro e si diventa quasi parenti e c’è chi, a distanza di anni, va ancora a mangiare la pizza insieme ogni tanto. Ma quello che l’opinione pubblica non può vedere è la sinergia e il contatto che si crea tra i soccorritori: dormire in una tenda, scambiarsi un panino, l’abbraccio per una vita salvata o il pianto per una morte sono momenti che lasciano davvero il segno. E poi vorrei ringraziare qualcuno».

Prego.

«Desidero ringraziare tutti i componenti delle forze dell’ordine e della Protezione civile che hanno lavorato in maniera intelligente e senza protagonismo. Ringrazio il direttore centrale per le Emergenze dei vigili del fuoco, Giuseppe Romano, il direttore regionale Giorgio Alocci, il comandante provinciale Vincenzo Palano, il colonnello dell’Esercito Domenico Di Biase. Tanti ci hanno supportato al Centro operativo di Penne e ringrazio il sindaco di Penne, Mario Sempreoni, e i volontari della Protezione civile. Grazie al vice ministro dell’Interno Filippo Bubbico che ci ha dimostrato la vicinanza dello Stato e il prefetto di Pescara. E grazie anche a mia moglie che mi ha sempre dato la tranquillità di cui avevo bisogno in quei giorni».

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