Alessandrini, archiviata l’accusa di falso

Il sindaco resta indagato per omissione con Del Vecchio e Vespasiano per non avere vietato i bagni dopo gli sversamenti
PESCARA. Un black out interno al Comune, un qui pro quo amministrativo, una sorta di “balbettìo” nel dialogo tra chi dirige e chi esegue, diventano i grimaldelli per scardinare un’accusa pesante come il falso ideologico e sgretolare il nucleo di un’inchiesta, quella sul mare inquinato, che rischiava di creare più di un imbarazzo al sindaco Marco Alessandrini.
Finisce invece con un’archiviazione disposta a tempi da record - a 48 ore dalla richiesta della procura e a 96 dall’ultima memoria difensiva depositata dal legale del primo cittadino - e con una sola contestazione - comunque meno insidiosa - ancora in piedi, l’omissione di atti d’ufficio per non avere vietato i bagni a fine luglio, a mare sporco e spiagge piene. In sostanza, per non avere tutelato la salute pubblica.
Intanto, viene giù l’accusa più grave, quella di avere emesso e contestualmente revocato il 3 agosto scorso l’ordinanza che vietava la balneazione, retrodatata al primo del mese per placare le polemiche e difesa pubblicamente nelle settimane successive. Retrodatazione ammessa dal sindaco davanti ai magistrati, ma di fatto innocua, perché l’ordinanza non è mai stata resa pubblica sull’albo on line visto che il mare (inquinato fino al 31 luglio) era tornato nel frattempo pulito, ed è stata inviata agli enti preposti (capitaneria, ministero) solo per un “difetto” di comunicazione.
E’ qui che entra in scena e finisce tra le pagine della richiesta di archiviazione dei pm Anna Rita Mantini e Mirvana Di Serio e del relativo decreto firmato dal gip Maria Michela Di Fine, il signor Giovanni Caruso, istruttore contabile del servizio energia e ambiente del Comune. Sentito come testimone dalla squadra mobile, Caruso risponde di aver inoltrato agli enti le due ordinanze sul mare, di divieto e di revoca, «in modo automatico», senza avere ricevuto alcuna indicazione in tal senso. Precisa poi di aver appreso, nel corso di una riunione dedicata proprio alla balneazione, che «i files ricevuti dalla segreteria del sindaco erano stati trasmessi solo per l’archiviazione, avendo il primo cittadino in persona dato disposizione di non pubblicare le due ordinanze», ma che lui era «ignaro della volontà» di Alessandrini, e quindi aveva spedito le comunicazioni.
Circostanza, rilevano i pm, confermata da un’intercettazione nella quale il sindaco, parlando con Vespasiano, diceva: «...cioè, quindi sostanzialmente noi non è che emettiamo e revochiamo perché non l’abbiamo ancora...» e il dirigente completava il pensiero: «...non l’abbiamo mai emessa». Fine del falso ideologico, dunque.
Ma perché allora retrodatare l’ordinanza di 2 giorni, se la sua destinazione era il cestino? Alessandrini, assistito dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, spiega agli inquirenti, nell’interrogatorio del 22 settembre, di avere agito in quel modo al solo scopo di «stroncare le polemiche politiche e rassicurare il fruitore del turismo locale» - i bagnanti, insomma - oltre che per «sedare una volta per tutte la polemica sterile che non aveva alcun addentellato con problemi reali».
Il primo cittadino sottolinea che «il dato mediatico e quello politico insieme integravano gli estremi dell’urgenza» e non certo la questione ambientale, poiché al 3 agosto non sussistevano problemi per la salute pubblica visto che i parametri degli enterococchi e degli escherichia coli erano rientrati nella soglia di tollerabilità. Nessuna pubblica affissione, cittadinanza ignara, niente falso: la tesi ha fatto breccia.
«Un intervento francamente eccentrico rispetto allo scopo e oltremodo esorbitante», commentano i pm, visto che serviva solo a giustificare in ambito politico la correttezza degli interventi per salvaguardare la salute dei cittadini.
Resta l’omissione, dunque, che Alessandrini, nell’avviso di fine indagini, condivide con il suo vice Enzo Del Vecchio e con Tommaso Vespasiano, dirigente e direttore del dipartimento tecnico del Comune. L’accusa, smontabile da codice entro i 20 giorni successivi alla notifica con altri documenti, nuovi interrogatori o indagini difensive, ruota su due mancati divieti di balneazione: il primo episodio, che tira in ballo direttamente Vespasiano e Del Vecchio, è datato 23 luglio, quando i dati dell’Arta rivelano che il tratto di mare all’altezza di via Balilla dev’essere interdetto per il superamento dei valori dell’escherichia coli; il secondo, che coinvolge tutti e tre gli indagati, è del 28 luglio, dopo la rottura dell’impianto di via Raiale e lo sversamento nel fiume di 30 milioni di litri di liquami, con un’impennata di escherichia coli ed enterococchi rispettivamente del triplo e del quadruplo rispetto ai valori limite. Gli operai lavorarono 21 ore e versarono 350 litri di acido peracetico nel fiume, per abbattere il livello dei batteri fecali. Ma la gente continuò a tuffarsi, ignara. Se tutto questo meriti un processo, i pm devono ancora deciderlo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

