«Altre calamità siamo un Paese fragile»

PESCARA. Non ha peli sulla lingua il professore di geologia del Dipartimento di Scienze psicologiche della salute e del territorio dell’università D’Annunzio Chieti-Pescara, Francesco Stoppa. E chi...
PESCARA. Non ha peli sulla lingua il professore di geologia del Dipartimento di Scienze psicologiche della salute e del territorio dell’università D’Annunzio Chieti-Pescara, Francesco Stoppa. E chi lo conosce sa che preferisce dire le cose come stanno. Ad esempio che il binomio dissesto idrogeologico-affari va sempre più di pari passo. Il dubbio che a non volere risolvere le cose siamo noi stessi, dai cittadini comuni a quelli che ricoprono ruoli nelle istituzioni, compresi i «colleghi geologi», è un dubbio che s’insinua forte. Il geologo della D’Annunzio chiarisce subito: «Sarò polemico», a partire dal concetto che «le opere per intervenire su tutte le forme di rischio endogeno ed esogeno andrebbero fatte prima e non dopo». Cioè prima che un fiume esondi, prima che la costa di una collina frani, prima che una macchina venga spazzata via e che il suo conducente venga ucciso dalla furia dell’acqua, su strade trasformate in fiumi. «No! - tuona Stoppa - non è la strada che diventa un fiume, siamo noi che costruiamo strade nei letti dei fiumi». Oppure, ancora, realizziamo vie sulle dorsali della collina, poniamo argini alle foci dei fiumi, progettiamo centri commerciali dentro le aree golenali naturali, per poi costruire vasche di espansione artificiali accanto al fiumi. Intanto negli ultimi dieci, ricorda Stoppa, l’Abruzzo è stato flagellato da molte e gravi «catastrofi naturali»: nel 2003, nel 2007, nel 2011, nel 2012, infine l’evento «particolare» del 2015. L’impressione è, fa intendere il docente che alla D’Annunzio insegna al Corso di laurea in Geologia nella sezione «Rischi», dove si occupa di rischio vulcanico e sismico, che i 20 milioni in arrivo dal governo per gli eventi dell’anno scorso (situazione fotocopia degli eventi passati) servono «a mettere una toppa» in un circolo vizioso alluvione-fondi-affari-alluvioni-fondi-affari.
Cosa servirebbe, invece, professor stoppa?
«Siamo un Paese fragile dal punto di vista non solo geologico e infrastrutturale, ma anche dal punto di vista sociale e organizzativo. Un Paese che raddoppia gli sforzi quando cerca di riparare i danni. Avremo molti altri 2015. Se si fossero usati soldi non per rattoppare ma per mettere in sicurezza, ci sarebbero stati meno appetiti. Avremo ancora altre alluvioni, anche perché dopo non viene mai verificata la funzionalità delle opere. Ad esempio il porto insabbiato di Pescara: quando si decise di sbarrare orizzontalmente le foce del fiume, scelta contestatissima dai cittadini, non si tenne conto dei fanghi inquinati, e che il dragaggio costa. C’è, poi, un problema di comunicazione tra idrogeologi dei vari enti, che hanno uno stile comunicativo paternalistico e forniscono ai cittadini false rassicurazioni e stereotipi. Questa nostra generazione continuerà a sprecare soldi in opere faraoniche senza risolvere i problemi. Dobbiamo parlare con i giovani nelle scuole, sono loro che daranno risposte».
Perché definisce particolare l’alluvione del 2015?
«Nel 2015 i fiumi non hanno fatto grandi ondate di piena perché in quota nevicava e l’acqua è scesa a valle lentamente, con il disgelo. Però sono caduti oltre 100 millimetri di acqua al giorno: il doppio di quanto avviene in un mese in media in Abruzzo. Un’alluvione che ha colpito diffusamente, per lo più piccole e medie strade di versante o nelle valli, con frane e colate di fango».
Perché succede?
«Le alluvioni avvengono non per motivi geologici, ma umani. Costruire lungo fianchi collinari, come avviene dagli ultimi 100-150 anni è poco difendibile dal punto di vista geologico. Un tempo le strade avevano una viabilità di crinale, sulle cime delle colline. Era lì che si costruivano i paesi, su un terreno solido».
Costruiamo peggio di nostri nonni e bisnonni?
«Questa è una domanda retorica. Ovvio che sia così».
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