Antonio deportato per venti mesi: oggi medaglia del prefetto

Maccarone, di Pianella, non volle mai parlare della prigionia La sua storia ricostruita dal nipote con gli archivi tedeschi
PESCARA. Non raccontava mai niente, in famiglia. Il ricordo era «troppo doloroso», si limitava a mormorare. E quando Antonio Maccarone è morto, all’inizio degli anni Ottanta, sembrava calato per sempre il sipario sulle sofferenze che ha patito in Germania, dove è stato deportato fino al 18 maggio 1945, quando è stato liberato dagli Alleati, per poi tornare a casa, a Pianella, a luglio. Uno dei nipoti, Marco Olivastri, non si è dato per vinto, ha cominciato a scavare nella storia del nonno, ha scritto lettere, cercato on line, approfondito, portando alla luce cosa accadde durante la prigionia del nonno in uno dei 120 sottocampi di Buchenwald (che fu uno dei campi di concentramento più grandi della Germania nazista), costretto a lavorare in una acciaieria a Saalfeld, in Turingia. E oggi sua madre, Raffaella, sarà in prefettura per ricevere la Medaglia d’Onore conferita con decreto del Presidente della Repubblica alla memoria di Antonio Maccarone, che era nato a Pianella.
«Per ricostruire tutto mi sono rivolto ad alcune associazioni tedesche, al Bundesarchiv di Berlino (l’archivio federale), all'archivio di Stato di Teramo, al Distretto militare di Chieti e al Personmil del ministero della Difesa, riscontrando grande disponibilità», racconta Olivastri. I tasselli si sono ricomposti come in un puzzle e ha scoperto ciò che il nonno non ha mai voluto raccontare, scovando anche un registro («gli originali sono stati bruciati dai tedeschi, ma non le copie») sul quale è rimasto il suo nome. È conservato negli Archivi di Arolsen, un centro internazionale di documentazione, informazione e ricerca sulla persecuzione nazista, il lavoro forzato e l'Olocausto nella Germania nazista e nelle regioni occupate. Mettendo tutto insieme ha ricostruito un po’ per volta che il 25 settembre 1943 finì prigioniero ad opera delle truppe tedesche che lo catturarono in Montenegro, dove faceva parte del quarto gruppo artiglieria della “Guardia alla frontiera”. Aveva lasciato a Pianella la madre e sette tra fratelli e sorelle e la fidanzata, Maria. Fu deportato in Germania, nel camp Laura, lavorò in «un’acciaieria che esiste ancora oggi» e fu liberato dagli Alleati il 18 maggio 1945. Rientrò in Italia «con mezzi di fortuna. Da Pescara a Pianella si spostò a piedi, arrivò a casa davvero stremato il 13 luglio», racconta il nipote. «Fu ascoltato dalla commissione interrogatrice del distretto militare di Teramo». Da allora ha chiuso con quel periodo atroce e dopo qualche anno dalla fine della guerra ha iniziato a lavorare a “Capacchietti” come capo reparto, fino al 1981, quando è morto. Ha sposato Maria (oggi 95enne), insieme hanno vissuto a Cepagatti e Villa Raspa ed stato «un lavoratore, un buon padre», dice la figlia Raffaella. Dei suoi 5 nipoti ha conosciuto solo Marco, il più grande, e da piccolo lo esortava a mangiare. Perché a lui erano toccate «bucce di patate», in Germania.

