Appalti pilotati dell’Aca: otto anni all’ex presidente

26 Marzo 2019

Il tribunale ha inflitto a Di Cristoforo una pena superiore a quella richiesta dal pm Confiscati i suoi beni per 100mila euro. Inflitti tre anni al direttore tecnico Livello 

PESCARA. Otto anni di reclusione per l'ex presidente del consiglio di amministrazione dell'Aca, Ezio Di Cristoforo, tre anni per il direttore tecnico dello stesso ente, Lorenzo Livello. Il collegio del tribunale, presieduto dal giudice Rossana Villani, è andato anche oltre le richieste del pubblico ministero Anna Rita Mantini, infliggendo un anno di più di quelli richiesti al "capo supremo", così come veniva chiamato Di Cristoforo dall'imprenditore Claudio D'Alessandro che con le sue confessioni sollevò il velo su una serie di appalti pilotati all'Azienda acquedottistica.
IL CARTELLO Fatti del 2010 che, dopo il lungo tragitto processuale, durante il quale tutti gli altri coimputati hanno definito le loro posizioni con i riti alternativi, con la sentenza di ieri sono giunti a conclusione, almeno per quanto riguarda il primo grado di giudizio. Nell'udienza precedente la pubblica accusa aveva sostenuto la sua requisitoria sottolineando il sistema che si era creato in Aca: «Un vero e proprio cartello volto a simulare una concorrenza inesistente», aveva detto al tribunale, parlando di un processo che era un «caso di scuola, con prova piena, genuina e conclamata dalle accuse dell'imprenditore Claudio D'Alessandro. E' raro avere una tale convergenza di fatti, date e testimonianze».
E all'accusa si era affiancato l'avvocato Canio Salese, parte civile per conto di Aca, che ha ottenuto dal tribunale il risarcimento del danno che verrà quantificato però in sede civile (aveva anche chiesto una provvisionale di 300mila euro che il collegio non ha dato).
IL TESTE CHIAVE E proprio sulle dichiarazioni del teste chiave si è incentrata ieri la difesa di Di Cristoforo, rappresentata dall'avvocato Federico Squartecchia. Il legale ha cercato l'unico modo possibile per arginare la compromessa posizione del suo assistito, attaccando l'attendibilità dell'imprenditore D'Alessandro.
«Un processo», ha detto in arringa l'avvocato, «dove ci sono stati diversi rei confessi, primo fra tutti D'Alessandro: corruttore che ha patteggiato mentre Di Cristoforo non ha mai confessato o deciso di concludere la vicenda con altri riti, nella convinzione di non aver commesso alcun reato». E così la difesa ha cercato di confutare le dichiarazioni, a suo dire contraddittorie, del principale accusatore che aveva peraltro riferito i termini delle dazioni: tempi e luoghi.
L’ORSO MARSICANO Parlando di quel 5/6 per cento che secondo quanto gli aveva detto Di Cristoforo doveva finire nelle tasche dell'"orso marsicano", nome che l'imprenditore aveva dato al presidente Aca nel file che gli investigatori dei carabinieri forestali sequestrarono a D'Alessandro.
L'accusa aveva parlato di una «corruzione incessante, con quelle tangenti che sarebbero state versate ogni volta che c'era da liquidare uno stato di avanzamento dei lavori relativo al completamento di un'opera appaltata. Per la difesa, invece, D'Alessandro avrebbe riferito quei fatti perché aveva dei risentimenti contro Di Cristoforo: luoghi e date dei versamenti di tangenti (in ospedale dove era ricoverato il presidente o in un cesto di Natale consegnato a casa sua e via dicendo) per la difesa sarebbero sbagliati e quindi se è vero che D'Alessandro pagò quelle tangenti, non lo avrebbe fatto sicuramente a Di Cristoforo, ma forse a qualche altro personaggio indicato appunto come l'"Orso marsicano».
LA CONFISCA L'avvocato Mario Antonucci, difensore di Livello, accusato soltanto di turbata libertà degli incanti (mentre Di Cristoforo era accusato anche di induzione indebita a dare o promettere utilità e di corruzione), ha cercato di evidenziare al collegio come dal suo arrivo come responsabile del procedimento Livello avrebbe reso molto più complesso l'iter delle gare, andando quindi in un certo senso contro gli interessi dell'imprenditore che controllava tutto, anche i ribassi di gara.
Ma il tribunale non ha evidentemente creduto alle tesi difensive, assolvendo i due soltanto dalla gara per le fogne della città di Pescara definita nel 2011, e condannandoli per gli altri capi di imputazione a un totale di 11 anni di reclusione. Di Cristoforo è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, mentre Livello soltanto per 5 anni. A carico dell'ex presidente è stata disposta anche la confisca di beni per un valore di 100mila euro.
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