Arriva il fratello del “Che” «Nostalgia canaglia...»

30 Aprile 2015

Giovedì a Pescara Juan Martin Guevara, fratello del mito della rivoluzione cubana I giovani di allora: era la nostra ispirazione, pure noi volevamo cambiare il modo

PESCARA. «Beh, ci faceva un po’ incazzare che Che Guevara piaceva molto alle donne». Erano adolescenti che occupavano le scuole pescaresi e oggi sono medici, architetti e insegnanti i ragazzi della generazione cresciuti all’ombra del “Che” che, come ammette Armando Mancini, ex assessore al traffico nella giunta D’Alfonso e direttore dell’Unità operativa dipartimentale Stroke unit all’ospedale di Pescara: «Ne eravamo tutti affascinati anche se in realtà sapevamo poco o nulla di Che Guevara». Il 7 maggio, alle 18, il fratello del rivoluzionario argentino Juan Martin Guevara arriverà a Pescara per parlare del mito della rivoluzione su invito del deputato Sel Gianni Mellila.

Ma chi era Che Guevara per i pescaresi di 50 anni fa? «Era il nostro riferimento, il riferimento di un’intera generazione», dice Nino D’Annunzio, politico degli anni Ottanta nel partito socialista, vice sindaco di Montesilvano e più volte consigliere provinciale. «Che Guevara era il mito, il personaggio che ha annullato tutti gli altri e da cui trarre l’ispirazione politica», aggiunge l’ex studente del liceo classico che in quegli anni portava i capelli lunghi. «Erano gli anni dell’eskimo, dei capelli lunghi, della barba e dei baffi. Io avevo solo i capelli lunghi e partecipai alla mitica occupazione del liceo artistico. Ricordo Tani Parere, Melilla, Bruno Biagi», dice D’Annunzio mentre Parere, oggi architetto, racconta di una domanda che un giovane gli rivolse durante una cena. «Perché facevate questo? Me lo chiese un ragazzo», racconta l’architetto Parere, «riferendosi a quelle che nell’immaginario collettivo sono state le occupazioni, le manifestazioni, gli incidenti con i fascisti. Risposi che non c’era risposta, perché nessuno ha saputo spiegare il senso di quegli anni. Con noi c’era Biagi, uno dei leader del movimento studentesco dell’epoca», riferendosi all’attivista del Pd. «Che Guevara era carismatico», sottolinea il medico Mancini, figlio del sindaco Dc a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta Antonio Mancini. «Ci dava l’idea dell’altruismo, della dedizione ai problemi dei diseredati anche se è probabile che Che Guevara lo conoscevano solo dalla canzone degli Inti-Illimani che abbiamo suonato tutti perché in quegli anni tutti strimpellavamo la chitarra».

Si trovava in via Zamboni, la strada dell’università di Bologna, quando una giovane Edvige Ricci rimase estasiata dall’immagine del rivoluzionario. «In via Zamboni c’erano le bacheche con i giornali e passando vidi la foto del Che: mi sembrò un Cristo». Nella metà degli anni Sessanta Ricci, studentessa di pedagogia, partecipò alle occupazioni dell’università bolognese e a un’epoca, come dice, «di speranza, di apertura, di volontà di poter cambiare il mondo. Mi dispiace che sia così distante dai giovani di oggi». Ex insegnate e ambientalista Ricci rimpiange quegli anni mentre Parere non ne ha nostalgia. «Il mondo cambia», dice l’architetto, «sono stati bei momenti e ideali a cui si aderiva in maniera viscerale e il Che è stato un mito, quell’icona che ormai è su tutte le magliette ma il mondo è cambiato», chiosa mentre Moreno Di Pietrantonio, ex assessore Pd aggiunge: «Era l’esempio di ideali e di valori, rappresentava la libertà e una serie di diritti che sono arrivati con le lotte».

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