«Auguro agli abruzzesi lavoro e serenità sociale»

31 Dicembre 2017

Dallo Ius soli, alle aperture verso l’Islam e la comunione anche per i divorziati: Bruno Forte affronta i temi che segneranno il 2018 non solo nella nostra regione

CHIETI. Lavoro per tutti, serenità nei rapporti familiari e sociali e gioia interiore. E’ l’augurio che monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, fa agli abruzzesi. In questa lunga intervista che Padre Bruno ha rilasciato al Centro alla vigilia del nuovo anno vengono trattati i temi principali di un 2017 che ci lascia in eredità questioni come lo Ius soli o il biotestamento, ed emergenze sociali come quelle del lavoro e della povertà, o il ruolo della politica coniugata con la parola chiave “fiducia”. Bruno Forte risponde con l’umanità e la sapienza di un grande teologo.
Monsignor Forte quale valore dà alla parola "fiducia" nel campo religioso, politico e sociale?
«Tutto ciò che facciamo nella vita si basa su atti di fiducia: ci fidiamo dell'autista che guida il bus che prendiamo ogni giorno, come del fornaio che prepara il pane che mangiamo, come di innumerevoli altre persone. Senza fidarsi degli altri il mondo non andrebbe avanti. Prendere coscienza di questo semplicissimo dato di fatto dovrebbe aiutarci a fare atti consapevoli di fiducia soprattutto nelle relazioni personali, specialmente in quelle che più contano per noi: un legame d'amore, un'amicizia, un rapporto di collaborazione sul lavoro, e così via. Naturalmente, la fiducia non deve essere cieca: al contrario, va conquistata e va offerta con giuste ragioni. Una grande scuola di fiducia vera è la fede: chi si fida di Dio impara a fidarsi degli altri in modo autentico, non dipendente e generoso. Si tratta di una scuola che dura tutta la vita. In campo politico sociale, poi, la fiducia va data più che mai a ragione veduta: si sa che le promesse fatte in campagna elettorale non sono proprio le più affidabili per dare ad esse piena fiducia».
E quale importanza dà all'apertura verso le altre chiese, in particolare verso l'islam?
«Distinguerei il dialogo ecumenico, quello con gli altri credenti in Cristo, che ha fatto in questi anni passi avanti molto significativi, e quello interreligioso, dove la situazione è molto varia e dipende dai contesti. I credenti nel Dio unico non possono pensare di chiudersi in se stessi senza riconoscere davanti all'unico Padre celeste una comune responsabilità verso gli altri e verso il creato. Inoltre, l'urgenza di contribuire tutti alla causa della pace deve spingere chi crede al dialogo e alla collaborazione con tutte le fedi al servizio del bene comune. Naturalmente, nessun irenismo può essere giustificato: il dialogo va vissuto nella verità e nella carità senza finzioni».
Abruzzo del lavoro ma anche della disoccupazione, della povertà e del dramma sociale. Quale ruolo può avere la Chiesa nella nostra regione?
«La Chiesa siamo noi, potrei dire alla maggioranza degli abruzzesi, dal momento che il nostro popolo viene da una radicata tradizione cristiana ed ha un diffuso senso religioso. Come tale, ogni credente deve fare la sua parte per il bene di tutti: è dovere di chi può farlo investire per creare lavoro, come ad ogni lavoratore spetta fare con precisione il proprio dovere per contribuire a risultati validi per tutti. La povertà e la disoccupazione esigono un'attenzione prioritaria da parte dei responsabili della cosa pubblica: come afferma il primo articolo della nostra Costituzione, l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La mancanza di lavoro offende la dignità di chi la vive e grida ai responsabili del bene comune chiamandoli al loro dovere di creare e sostenere il lavoro per tutti. Questo è un aspetto decisivo dello stato sociale che la nostra Costituzione ci impegna ad essere e promuovere sempre di nuovo».
Lei ha seguito da vicino la vertenza Honeywell, in Val di Sangro, con la multinazionale del settore automotive che chiuderà mandando a casa circa 400 lavoratori. Qual è l'aspetto che l'ha più rattristata in questa vicenda?
«I momenti di mancanza di dialogo fra le parti, specie quando ci sono stati atteggiamenti di chiusura da parte della proprietà. Il dialogo e la concertazione sono la sola via per risolvere vertenze drammatiche che mettono a rischio il lavoro e quindi la serenità di tante famiglie. Naturalmente, anche ai sindacati è chiesto di avere un atteggiamento dialogico attivo e responsabile».
Alla luce del messaggio del Vangelo pensa che la costruzione di un vero processo di integrazione passi attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, quindi dello Ius soli? «Ne sono convinto. Mi sembra ovvio che chi è venuto fra noi, si è inserito e contribuisce al bene di tutti abbia il diritto a essere un cittadino con tutte le caratteristiche di diritti e doveri che questo comporta. Chiusure settarie o peggio ispirate a logiche di esclusione sono contrarie non solo all'etica, che vede in ogni persona umana una dignità assoluta da rispettare, ma anche a logiche economiche, che ben sanno che senza i nuovi cittadini l'azienda Italia non potrebbe andare avanti».
La comunione ai divorziati è un segno di apertura e misericordia?
«Alle giuste condizioni sì. In situazioni oramai irreversibili, persone credenti e impegnate in una vita di fede non possono essere escluse a vita dalla grazia dei sacramenti. È quanto Papa Francesco ha stabilito chiaramente con l'esportazione Amoris Laetitia: la Chiesa deve esprimere verso le famiglie ferite lo stesso amore di cui certamente Dio le avvolge!».
Il rispetto della persona passa anche attraverso l'accettazione del biotestamento?
« Per chi crede la vita è dono di Dio e Lui solo può togliercela. Chi non ha questa fede può ritenersi padrone della propria vita al punto di decidere le condizioni in cui rifiutarla: si tratta in genere di condizioni drammatiche da non giudicare con superficialità. Il biotestamento vorrebbe garantire a chi vuole la possibilità di decidere le condizioni anticipate per porre termine alla propria vita. È una scelta che come credente non ritengo giusta, ma che la legge ora rende possibile. Il rischio è che si possa indebolire nella coscienza collettiva il senso della sacralità della vita».
Infine, un augurio per il 2018, che si lascia alle spalle un anno di paure per i conflitti mondiali, e di speranza, anche per il nostro Abruzzo.
«Lavoro per tutti, serenità nei rapporti familiari e sociali, gioia interiore e dono della fede, impegno comune per la giustizia e la pace: sono doni che chiedo al Signore nella preghiera e che auguro di cuore a tutti e a ciascuno».
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