Autorizzazione del Papa: Penne ha un “venerabile”

27 Gennaio 2021

PESCARA. Appena dodicenne, il 14 ottobre del 1926, entrò nel seminario di Penne e da subito dedicò anima e cuore nel compiere i propri doveri di studio e di preparazione al ministero, tenendo come...

PESCARA. Appena dodicenne, il 14 ottobre del 1926, entrò nel seminario di Penne e da subito dedicò anima e cuore nel compiere i propri doveri di studio e di preparazione al ministero, tenendo come obiettivo la santità della vita. Dallo scorso 21 gennaio Pasquale Canzii è venerabile. Papa Francesco ha infatti autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle sue virtù. Nato a Bisenti il 6 novembre del 1914, a 12 anni, dopo un incontro con un sacerdote passionista, Pasquale Canzii manifestò immediatamente il desiderio di entrare nella congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ma, a causa della salute piuttosto fragile, fu instradato verso il seminariato diocesano di Penne. Qui visse tre anni intensi, impegnato nella pietà, nella disciplina e negli studi. Nel suo percorso seminaristico a Penne ripeteva spesso di voler «essere santo, grande santo e presto santo», come San Gabriele, San Luigi Gonzaga, San Stanislao Kostka, San Giovanni Berckmans e Santa Teresa di Lisieux, giovani santi cui ispirò la sua vita. Le mortificazioni, le rinunce e la disciplina cui si sottopose minarono a poco a poco la resistenza del suo fragile corpo. Colpito da tubercolosi, morì il 24 gennaio 1930 in seminario a Penne.
La sua costante aspirazione alla santità fu coltivata attraverso l’amore e la dedizione fedele alla propria vocazione sacerdotale, perseguita senza riserve e nella semplicità.
La notizia della sua venerabilità inorgoglisce di gioia il cuore della Diocesi di Pescara-Penne. «Un altro giovane della nostra terra viene riconosciuto dalla Chiesa come modello significativo, come un punto di riferimento di una fede vissuta nella normalità», spiega monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, «Pasquale Canzii, detto Pasqualino, ha assecondato l’azione dello Spirito e ha incarnato la sua esperienza di Dio nelle piccole cose, vivendo una santità senza fragore, nel quotidiano, nell’impegno ordinario».
Un profondo spirito di fede alimentato da un intenso e ininterrotto dialogo con Dio nella preghiera. Consapevole dei suoi limiti umani, non confidò nelle proprie risorse personali, ma si affidò totalmente a Dio, dal quale si sentiva chiamato. «Giorno dopo giorno, in un periodo storico denso di speranze e di incertezze», sottolinea monsignor Valentinetti, «si rese testimone tra i compagni di corso per il suo impegno nelle studio e, soprattutto, per l’innato spirito di carità e devozione. Tutti potevano vedere nel suo sguardo lo specchio dell’animo limpido: nulla di vistoso, ma cura e attenzione nel fare le cose ordinarie, con amore fedele a Dio, alla Chiesa e al prossimo, anche quando la malattia prese il sopravvento».