Pescara

Bancarotta fraudolenta: accolto il ricorso della Procura, Serraiocco ora rischia l’arresto

2 Luglio 2026

Il commercialista pescarese Vincenzo Serraiocco (foto) e il fratello Andrea ad aprile si erano visti annullare la misura dal Riesame. Ma ora la Cassazione dà ragione ai pm e rimanda tutto indietro: va valutato il rischio di reiterazione

PESCARA. Rischiano di nuovo di finire agli arresti domiciliari il commercialista Vincenzo Serraiocco e suo fratello Andrea, coinvolti in una serie di bancarotte fraudolente legate alle loro attività di consulenze: una indagine, nello specifico, che ruotava (l'inchiesta è ormai chiusa) attorno a società svuotate e fatte fallire.

La procura, con i pm titolari del caso, l’aggiunto Anna Rita Mantini e il sostituto Anna Benigni, dopo aver chiuso l'indagine che vede coinvolto anche il loro “socio” in affari Mario Pallotta, e altri soggetti, aveva chiesto per i due fratelli la misura cautelare. Misura che il gip Giovanni de Rensis aveva avallato anche con motivazioni forti. Ma quella decisione venne subito impugnata (dal difensore dei Serraiocco, l’avvocato Mattia Floccher) davanti al tribunale del riesame dell’Aquila che cancellò (il 2 aprile scorso) la misura, non ritenendo che ci fosse il requisito dell’attualità, tenuto conto che i fatti partivano dal 2019 e andavano avanti fino al 2023.

Ma i magistrati di Pescara, a loro volta, presentarono ricorso in Cassazione, spiegando che il riesame avrebbe confuso l’attualità delle esigenze cautelari con la prossimità dei fatti di reato (si parlava di autoriciclaggio e intestazione fittizia) alla data di emissione della misura cautelare. E i giudici romani, con la loro decisione, hanno sposato in pieno le motivazioni della procura di Pescara e disposto un nuovo riesame a L’Aquila, dove questa volta i giudici dovranno tener conto dei paletti e delle motivazioni addotte dagli ermellini che sono stati estremamente duri con i colleghi del riesame.

«Nel caso in esame il tribunale per il riesame», scrivono nella sentenza, «al fine di escludere la sussistenza del requisito dell’attualità delle esigenze cautelari, ha valorizzato in modo pressoché esclusivo la distanza temporale tra la consumazione dei reati per cui si procede e l’applicazione della misura cautelare, ritenendo che non vi fossero emergenze di segno ulteriore e diverso che consentissero di effettuare una valutazione prognostica negativa circa la concreta ed attuale possibilità di ricaduta del delitto». Insomma, per la Corte di Cassazione, c’erano tutti gli elementi per una possibile reiterazione dei reati. Tanto che i giudici romani affermano: «si tratta di una motivazione carente che non ha tenuto in considerazione le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di legittimità circa la necessità della valutazione della biografia criminale degli indagati e della situazione ambientale in cui gli stessi operano».

E gli ermellini vanno anche oltre: «a ciò si aggiunge che il provvedimento impugnato non ha considerato le emergenze investigative allegate dalla procura, ovvero il fatto che i due indagati svolgessero la professione di commercialisti e, dunque, potessero utilizzare le loro abilità professionali per consumare reati analoghi a quelli per i quali si procede; il fatto che gli stessi fossero già stati indagati per delle bancarotte fraudolente; il fatto che l’abilità nelle gestione illecita dei fallimenti emergeva dai consigli che venivano forniti da Vincenzo Serraiocco», ad altri clienti.

Pertanto, il provvedimento del riesame dell'Aquila che aveva cancellato gli arresti deve «essere annullato con rinvio al tribunale del riesame affinché proceda ad un nuovo giudizio circa la sussistenza dell’attualità e concretezza delle esigenze cautelari in aderenza alle consolidate linee ermeneutiche tracciate dalla Corte di legittimità». Insomma, il gip di Pescara de Rensis, aveva valutato bene la situazione applicando i domiciliari ai due Serraiocco (al posto del carcere richiesto dai magistrati), impedendo così ai fratelli «di muoversi liberamente, di interagire con altri delinquenti, di stipulare contratti, di intavolare trattative, insomma di reiterare i delitti dei "colletti bianchi” che appaiono essere la loro unica ragione di vita».

Ma il gip andò ancora più a fondo affermando che «ci si trova dinanzi a due individui i quali, stabilmente inseriti in ambienti imprenditoriali, hanno fatto della sistematica elusione delle regole di corretta gestione imprenditoriale, poste a tutela anche dell’economia e del mercato, un vero e proprio business».

Adesso la parola torna ai giudici del riesame dell’Aquila.

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