Barbiere a 85 anni: ho tagliato i capelli a vescovi e generali

3 Febbraio 2016

Massimo Catena racconta la sua attività, avviata a 11 anni «Sono diventato un’istituzione, ma non merito premi»

PESCARA. Ogni mattina apre il locale alle 7.30 e va via alle 12.30. Poi, dopo la pausa pranzo, torna in negozio alle 15 e ci resta fino alle 19.30. Sempre con il camice verde e la sua enorme riservatezza. A 85 anni suonati Massimo Catena continua a lavorare con la stessa grinta di quando era uno giovinetto e non intende smettere per ora, anche se ogni anno annuncia che potrebbe essere l’ultimo. Da dieci anni, poi, il barbiere storico di via D’Avalos condivide l’attività con la figlia Alessandra e il genero, Davide Spagnoli.

Tra via D’Avalos e viale Pepe, nel salone “Mad Hair” (dalle iniziali dei tre nomi di battesimo), ognuno ha il proprio spazio a disposizione e Catena ha i suoi clienti, che non lo hanno mai abbandonato e continuano ad affidarsi alle sue mani esperte, mettendosi in fila per essere serviti proprio da lui. E non sono tutti attempati, anzi ci sono diversi giovani.

Quando è impegnato con forbici, pettine e phon Catena non si distrae nemmeno un secondo. È concentratissimo e non si perde in chiacchiere. «Questo lavoro mi è sempre piaciuto e mi piace tuttora perché non mi stanca, mi fa stare a contatto con il pubblico e mi fa svagare. Lo faccio da quando avevo 11 anni: ho cominciato allora, in un salone vicino al Pomponi, come dipendente. Poi ho aperto una mia attività, ma non ho lavorato sempre solo: prima c’erano mio fratello Renato e un aiutante, nel fine settimana». Sa bene di essere una specie di istituzione «perché sono il più anziano di Pescara, a fare questo mestiere», ma non pensa di meritare alcun premio o riconoscimento «perché sarebbe una cosa ridicola. Ma quale Cavaliere?», dice sorridendo. «Magari un bel premio in denaro...», ironizza.

Il suo rispetto per i clienti è «massimo» e sulla sedia del salone «sono tutti uguali» perché «ti danno da mangiare». Guardandosi indietro ricorda di aver servito «vescovi, generali, avvocati» e ricorda quando ha fatto i capelli a Zeman, ma non l’ha riconosciuto, e la volta in cui ha chiamato «padre» un vescovo, senza accorgersi della gaffe. La moda di oggi gli piace, «specie alcuni tagli», ma il suo ultimo aggiornamento risale «a quando sono usciti i capelloni» e oggi si occupa solo del look maschile (niente donne) e ha smesso di «fare la barba, perché si presentavano clienti che rischiavano di danneggiare l’immagine del locale, brutte persone». La concorrenza? «Non mi ha mai spaventato e ora noto il rispetto tra i colleghi, mentre prima c’era invidia». Della convivenza professionale con figlia e genero si interessa poco: «Non controllo cosa fanno».

Dice lo stesso la figlia, descrivendo un papà-collega assolutamente autonomo, che arriva sul posto di lavoro da solo, in auto (ha appena rinnovato la patente). «Non si intromette nel nostro lavoro», aggiunge, «e quando non ha clienti da servire, si siede in poltrona e fa il cruciverba. Se c’è qualcuno parla poco, è molto discreto, ma anche tanto buono. Abbiamo un modo diverso di lavorare, ci fa notare che diamo troppa confidenza e l’unica cosa che ci suggerisce spesso è di indossare la divisa. Anzi, mio marito dovrebbe usare la giacca. Per lui il cliente è sacro e il pensiero della gente fondamentale».