Barone, il prof missionario: per ben 61 volte in Africa per aiutare i bambini poveri

29 Luglio 2024

Il disperato appello da Goma (Congo): «Qui i bambini rischiano di morire di fame Servono aiuti concreti, questa popolazione non può essere lasciata da sola»

Valigie leggere alla mano, il minimo necessario con pochi effetti personali, e un carico sconfinato di solidarietà e di amore per il prossimo. Concretizzato in pacchi pieni di viveri, alimenti, medicinali. Sessantuno missioni, e chissà quante altre ne verranno, per portare personalmente aiuti nell’Africa più povera, al servizio delle popolazioni disperate della terra e a rischio della propria vita.
Proprio lì, dove manca tutto, il professor Francesco Barone – originario di Bussi sul Tirino e docente dell'Università dell'Aquila presso il Dipartimento di Scienze Umane – trasporta ciò che può. In queste ore si trova a Goma, una città di 700mila abitanti nella Repubblica Democratica del Congo e da quell’agglomerato di case, in mezzo a una popolazione alle prese con la fame e la miseria, lancia un appello disperato.
«La situazione è quella di trovarmi nella terrificante presenza di un potenziale disumano, distruttivo che cresce di giorno in giorno. Mentre persistono le violenze nei confronti di vittime civili e innocenti, crescono la disperazione, la sofferenza, l'abbandono». Parole pesanti che Francesco Barone, tra le altre cose presidente dell'Associazione onlus “Help senza confini”, trasforma in una richiesta di aiuto. Quella in cui è attualmente impegnato è una missione umanitaria problematica.
Nella sua attività ha all'attivo sessanta missioni umanitarie in Ruanda, Burundi, Senegal e Congo. Ha contribuito alla costruzione di scuole e strutture sanitarie. Ha fondato il Centro Kwetu nel quartiere Mugunga alla periferia di Goma, una struttura che ha consentito la scolarizzazione di circa mille bambini poveri. Nel corso dei suoi numerosi interventi umanitari ha consegnato grandi quantità di alimenti, medicine e vestiti alle popolazioni bisognose dell'Africa. È anche il portavoce di Denis Mukwege, Nobel per la pace nel 2018, conosciuto come il medico contro gli stupri, il ginecologo congolese autore di un documento di denuncia contro i crimini commessi nei confronti del suo popolo.
Barone insegna all'università dell'Aquila ed è autore di numerose pubblicazioni, tra le quali vanno ricordate Pedagogia molecolare. Riflessioni con i bambini burundesi, Le povertà: tra colonizzazione e globalizzazione, Le nuove schiavitù. Il diritto di dimenticare. Il dovere di ricordare. Ha svolto e continua a svolgere un'intensa attività di sensibilizzazione sui temi della pace e dei diritti umani.
«Molte donne sono state violentate e a diverse di loro sono stati tagliati i capezzoli», prosegue Barone con una crudezza che è necessaria per far comprendere il senso e il peso delle atrocità, commesse «per impedirgli di allattare i loro figli. La violenza come arma di guerra, con la conseguenza che tanti bambini rischiano di morire di fame».
Tutto questo mentre continua senza sosta il conflitto, che dura ormai da anni, nel Kivu Nord della Repubblica Democratica del Congo. La città di Goma è circondata da numerosi campi profughi che accolgono i rifugiati provenienti da diverse località della regione situata nella parte orientale del Paese africano. Una zona tristemente nota per il tragico episodio che, qualche anno fa, fu teatro della barbara uccisione, in un agguato, dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo, e che ora rischia di finire sotto il controllo del gruppo ribelle M23 e di altre milizie che hanno come scopo principale l'accaparramento di risorse quali il coltan, il cobalto, l'oro e i diamanti. Insomma, i profitti e le speculazioni sulla pelle di una popolazione stremata e ormai rassegnata.
«La situazione è davvero drammatica», aggiunge Barone, «al momento non è neanche possibile fare una stima precisa del numero di sfollati, ma sicuramente è non inferiore alle 500mila persone».
«Si tratta di esseri umani costretti ad abbandonare le loro abitazioni», continua il suo grido di dolore, «tante, e ribadisco tante, donne sono state brutalmente violentate e molti bambini rischiano di morire di fame oppure a causa di malattie trascurate, ma facilmente curabili».
«Per ragioni di sicurezza», conclude Barone, «siamo stati scortati per poter consegnare vestiario, alimenti e medicinali, scopo concreto e tangibile di questa mia sessantunesima missione umanitaria in questa parte del mondo, così martoriata e lasciata a sé stessa.
«Al punto in cui si è arrivati», il suo appello finale, «soltanto una concreta, decisa “offensiva” per la pace potrà porre fine a questa tragedia che altrimenti rischia di diventare una catastrofe di proporzioni immani».
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