«Barricati in hotel senza informazioni»
Il racconto delle fotografe pescaresi Stefania e Francesca Roberto Tieri: la settimana scorsa ero dove hanno sparato
PESCARA. «Da venerdì notte siamo barricate in hotel come tutti gli altri turisti. Viviamo con il telefonino in mano, e nell’attesa che qualcuno ci dica che cosa fare». La pescarese Stefania Mancini è arrivata a Parigi proprio venerdì pomeriggio con la sorella Francesca, per visitare la mostra internazionale di fotografia Paris Photo. Entrambe, infatti sono fotografe, Le Fotografe, anzi, come si chiama il loro prestigioso studio di via Conte di Ruvo. «Venerdì siamo rimaste in giro nella zona della Bastiglia fin dopo le nove», racconta Stefania, «abbiamo avvertito che c’era un po’ di confusione, ma stando fuori non è che ti rendi conto, ma abbiamo comunque deciso di tornare in albergo, a tre chilometri dallo stadio. E solo lì, accendendo la Tv, abbiamo capito quello che stava succedendo. Per tutta la notte ci sono state ambulanze e sirene. Ci hanno contattato gli amici che sapevano che stavamo qui e a loro abbiamo chiesto notizie. Di certo la Farnesina ha fatto sapere che non bisogna muoversi dagli alberghi, si sta in una sorta di coprifuoco, con 11 linee della metro chiuse, come pure le scuole, le mostre e i musei. Anche la mostra che dovevamo vedere», dice ancora Stefania, «è stata sospesa. E pensare che era un viaggio organizzato da mesi. L’aereo di ritorno ce l’abbiamo lunedì, non so come ci faranno muovere, per ora non sappiamo cosa fare».
Roberto Tieri, invece, pescarese di 27 anni, a Parigi abita per lavoro da tre anni. Ingegnere meccanico sfornato dal liceo Da Vinci, Tieri era a casa di un collega italiano, venerdì sera, per ultimare un lavoro da consegnare quando sono iniziati ad arrivare i primi annunci su Internet. «Stavamo al quindicesimo arrondissement, e a poco a poco ci siamo resi conto, dal tam tam dei cellulari sui vari gruppi whatsapp degli italiani a Parigi che non si trattava di un evento sporadico, ma di qualcosa di più grande, di più strutturato, anche se la situazione era molto confusa. La prima preoccupazione», racconta Roberto, «è stata per gli amici che potevano essere in giro: la zona dove si sono concentrati gli attentati, vicino al canal Saint Martin, è piena di locali e anche grazie al bel tempo di questi giorni, si sta tutti fuori. Io pure ero lì la scorsa settimana. Ho chiamato subito i miei genitori per tranquillizzarli, poi ovviamente il mio collega ed io abbiamo lasciato il lavoro e ci siamo messi a seguire quello che stava succedendo sui social e in televisione. La parte più preoccupante è stata quella del Bataclam un luogo frequentatissimo, dove si fanno un sacco di concerti alternativi, un teatro stupendo dove sono stato anche io non troppo tempo fa». Come milioni di persone, anche Fabio Tieri ha passato la notte sveglio, per capire quello che stava accadendo, e a casa sua ha preferito non rientrare. «C’è stato un coprifuoco light, hanno inviato tutti a uscire solo in caso di reale necessità, e a me non è passato neanche per la testa di uscire. Sono tornato a casa mia stamattina (ieri ndr), con la bici: c’era tanta polizia in giro, le metro vicine ai luoghi degli attentati chiuse e tanti elicotteri. Ma fuori dalle zone calde come nel 17esimo arrondissement dove abito io, sembrava tutto normale, con la gente che correva o in giro con il cane e le signore con i carrelli della spesa. Ma oggi (ieri ndr) non fa testo: è sabato, gli uffici sono chiusi, e le scuole le hanno tenute chiuse comunque. Vediamo cosa farà il governo, ma è ovvio che ogni evento cambia la storia». (s.d.l.)
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