Bimbo lasciato in stazione I giudici: no all’adozione

28 Settembre 2017

La Cassazione accoglie il ricorso di una madre con disagi sociali ed economici «Un solo episodio non può giustificare un intervento così grave e invasivo»

PESCARA . Aveva lasciato il bambino nella carrozzina, per qualche minuto, alla stazione di Pescara. A trovare il piccolo che piangeva erano stati gli agenti della Polfer, che l’avevano denunciata per abbandono di minore. Da quel momento, per la giovane mamma, era cominciato l’inferno. Alla fine, infatti, il bambino di sette mesi era stato dato in adozione.
A rimettere tutto in discussione è arrivata una sentenza della Cassazione, che ha stabilito che non è giusto togliere un bambino alla mamma che, per una sola volta, in una situazione di grave difficoltà lo ha lasciato momentaneamente in stazione, senza dare alla donna - già afflitta da una vita difficile - una “prova d’appello”, con la possibilità di essere aiutata dai servizi sociali, consentendo al bimbo di crescere in sicurezza e alla madre di maturare senza subire il trauma della separazione.
La Corte suprema ha accolto il ricorso di una ragazza sudamericana che nel 2012, all’Aquila, aveva avuto un figlio da un italiano con una storia familiare di violenza e disagio. La coppia si era in breve disgregata e il bebè era rimasto alla mamma in difficoltà economica e psicologica, sebbene aiutata dai familiari. L’iter di adottabilità del piccolo - affidato ai servizi sociali di un comune del Sangro - era iniziato dalla segnalazione della polizia ferroviaria «di un grave comportamento in danno del minore, che era stato ritrovato piangente nella carrozzina, nella stazione di Pescara, per un momentaneo allontanamento della madre». Sul piccolo erano state riscontrate «infiammazioni da scorretto uso del pannolino». Solo per questo fatto, per quanto grave, e sulla base di una perizia che aveva stabilito la non adeguatezza di padre e madre, era stato dato il via libera a «un intervento attuato in forma coattiva mediante l’ausilio della forza pubblica» e il bimbo era stato portato via dalla casa materna. Alla madre era stata data la possibilità di vederlo per appena un’ora alla settimana a condizione che ci fosse anche il padre del bimbo con i suoi genitori, condizioni difficili da realizzare.
Contro l’adottabilità decisa dai giudici dell’Aquila, la mamma si è rivolta alla Cassazione sostenendo che era stata penalizzata «dal fattore socio economico» e che i servizi sociali non avevano svolto «alcun ruolo proattivo teso a verificare la possibilità del reinserimento del minore nella sua famiglia di origine». Inoltre c’era stata una «ingerenza ingiustificata e sproporzionata del potere pubblico» nella sua vita privata e familiare. La Cassazione le ha dato ragione mettendo in dubbio «la reale necessità e proporzionalità di un intervento così grave e invasivo come quello posto in essere con il prelievo forzato» del piccolo.
Una misura del genere - conclude la Cassazione rinviando il caso alla Corte d’appello - non può essere «basata esclusivamente sull’episodio di abbandono, senza un necessario inquadramento della condotta della madre nel contesto della sua situazione esistenziale del momento e senza che a tale intervento di urgenza sia stata ricollegata quella necessaria predisposizione di misure di verifica e di sostegno alla possibilità di recupero della funzione genitoriale».
Ettore Romagnoli
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