Biologa pescarese a Hong Kong: «Fate come noi, ne verrete fuori»

Emergenza finita con misure rigide: isolamento anche in casa con il marito tornato dalla Cina
PESCARA. «Qui va meglio, fate come noi»: è questo in sintesi il messaggio che arriva da chi ha vissuto l’emergenza coronavirus nell’Estremo Oriente, ed è stato alle prese con misure di sicurezza estrema, dalla quarantena alla chiusura degli uffici pubblici. Maxine Cutracci, biologa marina pescarese che vive a Hong Kong, un mese fa aveva raccontato la vita a un passo dalla Cina al tempo dell’epidemia. Allora erano i parenti in Italia a preoccuparsi per lei, e oggi la situazione sembra essersi capovolta.
«Prima quando mi chiamavano e mi davano raccomandazioni, mi dicevano di non uscire», racconta Maxine, «adesso sono io che ricordo quelle stesse cose alle mie sorelle e soprattutto ai miei genitori: non uscire di casa se non per lo stretto indispensabile, limitare al minimo i contatti, seguire tutte le prescrizioni imposte dal governo come abbiamo fatto qui. È così che ne siamo usciti: è l’unica soluzione, e solo così può uscirne anche l’Italia».
Rispetto a un mese fa, un po’ tutto si è capovolto: «Allora qui non si trovavano mascherine e disinfettanti, invece adesso è in Italia che mancano: e perciò spedisco io da qui questi materiali, sperando che arrivino il più presto possibile».
A Hong Kong la vita è tornata quasi normale: «Scuole a parte, in molti sono tornati al lavoro, anche se c’è ancora chi gira con la mascherina». Però la situazione nel Belpaese, secondo la biologa, ricorda più la Cina che la sua Hong Kong: «Da noi non è mai stato tutto chiuso come a Pechino», spiega, «ristoranti e bar ad esempio sono rimasti aperti, anche se sono stati chiusi parchi, musei e scuole, che riapriranno il 20 aprile. L’importante è che in Italia vengano seguite alla lettera le indicazioni di un decreto, che hanno fatto benissimo a fare: forse in precedenza non ci si è resi conto di quanto fosse grave quello che stava accadendo».
Un paio di fattori hanno comunque contribuito a far uscire l’Oriente più velocemente dall’emergenza: «Il problema è stato preso da subito sul serio, perché qui è ancora vivo il ricordo della Sars del 2003: la gente ha iniziato immediatamente a usare i disinfettanti, a evitare di uscire e a stare a distanza». Così oggi Maxine è tornata a una vita quasi normale, e lancia appelli su Facebook a tenere duro, a restare in casa, a seguire ogni prescrizione necessaria per limitare al minimo il contagio.
Non va poi dimenticata una questione culturale che ha fatto la sua parte per limitare in maniera considerevole la diffusione dell’epidemia: «Qui non ci sono alcune usanze tipicamente italiane, come ad esempio quella di baciarsi quando ci si incontra, e già in generale ci si tocca di meno. Oppure è difficile che si beva dallo stesso bicchiere o dalla stessa bottiglia: sono consuetudini che fanno la loro parte! E poi a Hong Kong c’è anche l’abitudine di usare la mascherina anche solo per un raffreddore, quindi non è stata non è stata una cosa così straordinaria».
Tra le misure da osservare strettamente c’è infine quella della quarantena, imprescindibile: «Chi tornava dalla Cina veniva censito e registrato in un sito governativo. Veniva controllato tramite il gps del telefono e venivano fatti controlli a campione con videochiamate per verificare se stessero in casa». Una situazione che Maxine ha verificato di persona con il marito, Allen, bloccato in Cina dove era tornato per il Capodanno, nella provincia di Hunan, di fianco a quella di Hubei da dove è partita l’epidemia. Al suo rientro è rimasto in quarantena in casa: «Per due settimane è rimasto in isolamento, chiuso in un’altra stanza, ci vedevamo solo da lontano e gli lasciavo il mangiare sulla porta: sono misure estreme, ma bisogna fare così. Non c’è alternativa se si vuole venirne fuori».
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