«Borsellino? Per noi magistrati è ancora un faro nella nebbia»

Bellelli, procuratore di Pescara, iniziò in Sicilia: «Scelsi Caltagirone dopo l’attentato in cui morì Falcone I pubblici ministeri non devono essere burocrati e timorosi, ma devono guardare avanti senza paura»
Quanto pesa a distanza di 30 anni la figura di un magistrato come Paolo Borsellino? E in che misura il suo comportamento integerrimo ancora oggi continua a condizionare il lavoro di tanti pm? Sembra ieri: un terribile boato, l’odore della morte, il rosso del sangue. Il dolore di una Nazione in contrapposizione alle sacche di omertà di una parte dello Stato, che non è riuscito ad ammantare di oblio il lavoro eroico di Borsellino, morto meno di due mesi dopo l’uccisione del suo collega e amico Giovanni Falcone. Due esempi integerrimi, due uomini dello Stato. Vero, autentico. Tra i tanti giovani sostituti procuratori che in quel lontano, ma allo stesso tempo vicinissimo, 1992 stavano iniziando la loro carriera c’era anche l’attuale capo della Procura di Pescara, Giuseppe Bellelli.
Procuratore, cosa faceva il 30enne Giuseppe Bellelli, quel giorno di luglio di 30 anni fa?
Quel giorno di luglio era per me importante perché avevo vinto il concorso da poche settimane e avevo scelto la mia prima destinazione solo pochi giorni prima: la procura di Caltagirone. Quando quella domenica pomeriggio sentii la notizia della strage fui molto colpito, ma la mia scelta di andare a fare il pm in Sicilia era avvenuta proprio per quello che era avvenuto il 23 maggio, la strage di Capaci. Mi colpì molto quella notizia e mi resi conto della situazione in cui, da giovane magistrato, mi sarei trovato catapultato. Tantissime sono state le riflessioni in quei giorni e soprattutto sulla figura di Borsellino che aveva la consapevolezza della strada che aveva imboccato e di quello che lo aspettava.
Ha avuto grande coraggio a scegliere la Sicilia dopo la strage di Capaci.
La maggior parte dei posti disponibili era in Sicilia, ma io scelsi la Procura e non un posto di retroguardia. Pur con tutte le difficoltà, considerando che andavano in Sicilia magistrati di prima nomina, fui orgoglioso di questa scelta. Io mi occupavo di omicidi di mafia, avvertivamo la nostra ingenuità e il nostro entusiasmo. Erano di sostegno per me le due figure mitiche di Falcone, un superuomo, e Borsellino che aveva tre figli, e che io vedevo come un esempio da seguire. Un faro nella nebbia ancora oggi. I magistrati non devono essere burocrati e timorosi, ma devono guardare avanti senza fermarsi di fronte alle difficoltà e ai rischi. In Sicilia ci tornerò tra qualche giorno perché il mio legame con quella terra è ancora molto forte, si respiravano omertà e paura ma anche la voglia di riscatto e reazione.
Lei si era sposato da poco e partì per la Sicilia con sua moglie. Non ha avuto paura della mafia?
Paura no, perché sono stato in Sicilia tre anni e da giovane magistrato avevo la consapevolezza che lo Stato doveva affinare i propri strumenti investigativi. Certamente non ero io un pericolo per la mafia, anche se avevo negli occhi l’attenzione, l’indignazione, la sfrontatezza e la consapevolezza di andare in realtà in cui si respirava la presenza di quelle due figure eroiche. In quella terra, in quegli anni, gli uffici giudiziari erano presidiati dall’esercito, si girava con le auto blindate e mi sentivo un pm alle prime armi. Posso dire che sono entrato in magistratura in quel 92 e con orgoglio ho vissuto l’imprinting delle figure di Falcone e Borsellino.
Il 1992 fu un anno di svolta?
Sì, fu anche l’inizio di Tangentopoli, ci furono momenti in cui la coscienza dell’Italia cambiò. Falcone e Borsellino erano avanti, fu impressionante. Borsellino non fu ascoltato quando sarebbe stato doveroso e necessario perché voleva occuparsi delle ragioni, scoprire i mandanti della strage di Capaci. Erano troppo avanti e penso che lo siano anche adesso.
In questa parte iniziale della sua carriera in cui ha vissuto l’esperienza di magistrato in Sicilia, a Caltagirone, quanto è stato importante per capire il fenomeno mafia?
Siamo entrati trovandoci di fronte a situazioni, delitti, personaggi che avevano un riferimento diretto e immediato con la mafia. Sapevamo di non avere molti strumenti se non la nostra volontà e il coraggio di giovani magistrati. Erano state istituite, grazie a Falcone, le direzioni distrettuali antimafia proprio perché bisognava operare collegamenti con le indagini, collegare tutto come un fenomeno unitario, come ci insegnò il pool di Palermo. In terra di mafia nel 1992 e 1993 si respirava una pesantezza nella società e nelle istituzioni che era come diceva Borsellino: “La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Cosa ha rappresentato per l’Italia la strage di via D’Amelio e l’uscita di scena di uno dei più brillanti magistrati italiani, meno di due mesi dopo l’assassinio di Giovanni Falcone? Ritiene che quel delitto di mafia abbia prodotto effetti sulla lotta alla mafia e sulla sconfitta della stagione delle stragi?
«Diciamo che come osservatore e cittadino, certamente quell’anno ha segnato una svolta con il pool di Chinnici e Caponnetto, poi Falcone e Borsellino, l’abruzzese Peppino Di Lello e Guarnotta. Furono loro ad affrontare le indagini sulla mafia collegando i fatti, incrociando dati, documenti bancari. Quel ’92 fu un anno critico, le stragi segnarono una cesura. Le indagini ci sono state e sono stati condannati i mandanti. Se solo pensiamo alla strage di via D’Amelio: prima un falso pentito e un depistaggio conclamato, poi i tanti punti oscuri, l’agenda rossa di Borsellino, lui che non fu ascoltato e in via D’Amelio non furono posti dei presìdi. Ricordiamo che la mafia c’è e opera dove ci sono le esigenze di profitto e di far circolare e rendere le ricchezze apparentemente legali.
Borsellino, e con lui Falcone, è stato trasformato in un martire. In che misura ha inciso tutto ciò nell’immaginario collettivo e soprattutto nelle coscienze degli italiani? Non le sembra che proprio da allora, a partire dai più giovani, si siano superate in qualche modo quella paura e omertà che fino ad allora erano dominanti?
Sicuramente sono stati grandi esempi per i giovani, per le scuole per l’opinione pubblica. Grandi esempi di uomini dello Stato che hanno dimostrato come la mafia si possa combattere con gli strumenti della legalità e andando avanti senza compromessi e senza lasciarsi condizionare da paure e convenienze. La lotta alla mafia deve essere prima di tutto un movimento culturale che rivendica il diritto a volere respirare il fresco profumo della libertà.
In Abruzzo quanto è forte la presenza della malavita organizzata?
Guardi, certamente ovunque vi siano grossi interessi economici, movimentazioni finanziarie, vi sono per definizione gli interessi della mafia. Quanto sia forte lo dicono i processi, gli investigatori attenti non possono non prestare attenzione agli arricchimenti veloci, non possono lasciarseli passare davanti con indifferenza, senza compromessi morali, senza contiguità. L’attenzione investigativa deve essere sempre alta, sapendo che gli interessi delle mafie non possono prescindere dall’esigenza di reimpiegarli.
Come giudica l’attività di associazioni come Libera di don Ciotti?
Svolgono un lavoro meritorio, importantissimo, perché la lotta alla mafia deve essere soprattutto una lotta culturale, di esempio di valori. E poi operativa, per esempio attraverso la gestione dei beni confiscati.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

