Budino per l’alunno allergico: in cinque finiscono sotto accusa

Indagate per lesioni l’esperta di diete, la cuoca, 2 addette ai pasti e la responsabile del centro cottura Il bambino di tre anni, iscritto all’asilo di Colle Pineta, rischiò lo shock anafilattico e finì in ospedale
PESCARA. Ci sono cinque indagate, accusate di lesioni personali colpose, per la somministrazione sbagliata di un budino a un bambino di tre anni della scuola dell’infanzia di Colle Pineta che si verificò il primo giorno di mensa, e cioè il 23 settembre del 2019. Un errore che poteva anche rivelarsi fatale per il piccolo che aveva un’allergia della quale la scuola e il servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione della società che si occupava della mensa era stata messa al corrente tanto che per l’alunno era stata stabilita una dieta specifica priva di derivati del latte. E invece quel giorno a quel bimbo venne somministrato un budino che assolutamente non avrebbe dovuto mangiare. Non solo, ma quel prodotto, come fu poi accertato dalle indagini, non doveva neppure essere acquistato, tanto è vero che gli investigatori dei carabinieri forestali che condussero le indagini, si fecero carico di far distruggere dalla responsabile gestionale le confezioni che restavano.
Le cinque indagate, individuate dal pm Benedetta Salvatore al termine delle indagini, avrebbero svolto un ruolo specifico nella filiera di quel servizio mensa. Una era l’addetta alla preparazione delle diete speciali (una dietista), che si sarebbe avvalsa della collaborazione della seconda indagata che svolgeva le funzioni di cuoca; poi sono state individuate le due addette al porzionamento e consegna delle pietanze a scuola, e infine la responsabile gestionale della Serenissima, la società che gestiva la mensa: per tutte il reato ipotizzato dalla procura è quello di lesioni colpose perché quel bimbo cui venne inavvertitamente somministrato un alimento sbagliato, finì per quattro giorni in ospedale. Accuse in base alle quali il pm è intenzionata a superare la fase dell’udienza preliminare e, visto ciò che prevede il codice, pronta a chiedere un decreto penale di condanna.
Ma quell’episodio poteva anche finire in tragedia perché la possibilità di uno shock anafilattico era davvero alta. Ma fortunatamente la reazione del piccolo fu contenuta anche perché, dopo aver assaggiato quel dessert, si rifiutò di mangiarlo ancora, e quindi l’intervento dei sanitari fu sufficiente a scongiurare un epilogo più grave.
A far scattare l’inchiesta fu la denuncia dei genitori del bambino che, quando vennero chiamati per riprendere in anticipo il bimbo che aveva già vomitato tre volte, lo portarono prima a casa e poi in ospedale dopo aver saputo dal bimbo quello che aveva mangiato. La Serenissima, società che aveva l’appalto delle mense, era in possesso di un software dietetico gestionale in base al quale avveniva la personalizzazione dei pasti. Il programma stampava giornalmente le etichette riportanti nome e cognome dell’utente, scuola e classe, le caratteristiche del prodotto da somministrare e le pietanze. Le etichette venivano fornite dalla cuoca responsabile della preparazione dei pasti speciali, la quale provvedeva a preparare gli stessi che venivano sigillati in monoporzioni per essere spediti nei refettori. Fasi che venivano controllate appunto da una dietista. Poi in ciascuna scuola, le addette ai servizi mensa, che conoscevano i destinatari dei pasti differenziati, procedevano alla distribuzione controllando gli elenchi. E allora cosa accadde? Che ai bambini venne somministrato un dessert alla vaniglia che non era tra quelli autorizzati dal contratto di appalto. Quindi si verificarono due errori: il primo per il prodotto non richiesto; il secondo che a quel bimbo, che aveva una dieta specifica e priva di derivati del latte, venne somministrato lo stesso quel dessert che doveva comunque essere senza glutine, uova, latte, e che invece aveva altre caratteristiche. Una leggerezza che poteva costare cara a quel bimbo di soli tre anni.

