Caldora: la nostra storia è tutto merito di papà

Il rapimento del padre, il Pescara calcio... Deborah apre l’album di famiglia
PESCARA. «Ricordati che una volta sei incudine e un’altra martello: mio padre me lo ripeteva sempre, e adesso sono io che mi ritrovo a dirlo ai miei figli».
Deborah Caldora, secondogenita del costruttore scomparso Armando, amatissimo presidente della prima promozione in A del Pescara (1976-77), ha quasi paura a dirlo, ma oggi, dopo due anni di fermo del mega cantiere da 20 milioni di euro OperA progettato dall’archistar Mario Botta tra l’università e il nuovo Tribunale, è tornata a essere “martello”.
«Sono stati due anni duri», confida l’imprenditrice a cui è stato accolto il concordato preventivo in continuità aziendale, «perchè Banca Marche ci aveva sospeso gli stati di avanzamento e abbiamo dovuto tenere fermo il cantiere. Ma le tre imprese coinvolte ci hanno aspettato, come pure le persone che avevano acquistato appartamenti e uffici e che hanno continuato a credere in me. Li ringrazio tutti, sperando di consegnare i venduti al massimo entro l’inizio del 2017. Incrociando le dita siamo ripartiti e questo mi fa ben sperare su una ripresa generale».
Cominciamo subito dal Delfino Pescara 1936 che ha contribuito a salvare dopo il fallimento alla fine del 2008, rilevandolo all’asta. Perché entrò e perché uscì da quella cordata di imprenditori dopo appena un campionato, e soprattutto dopo la promozione in serie B da presidente?
Eravamo talmente tanti, ci sono state varie incomprensioni. Ma me ne sono andata dopo aver fatto quello che dovevo: salvare il titolo e tutta la storia che si portava dietro la società biancazzurra. Da parte mia è stato un atto dovuto e l’ho fatto volentieri.
Chi la coinvolse?
Peppe De Cecco, perché sapeva bene quanto avrebbe contato il nome Caldora in quel rilancio. Significava far tornare la città e i suoi tifosi al periodo legato a mio padre, quando tanta gente che si era allontanata tornò a riempire lo stadio.
Che ricordo ha di quel periodo?
Mi ricordo poco. Avevo otto nove anni, allo stadio con papà non ci sono mai stata, però venivano i tifosi a casa, spesso. Papà era molto esposto, ha dato tanto alla squadra e ha ricevuto tanto, soprattutto come affetto che dura ancora. L’ho toccato con mano quel giorno in Tribunale.
Com’è stato?
Molto emozionante, in termini di sentimenti e affetti tanta roba. Felicità pura.
La sua prima volta allo stadio?
Credo di esserci andata la prima volta con mamma e con nonno Arnaldo (Di Lullo ndr) il mio amatissimo nonno materno tifosissimo dell’Inter. Dopo la morte dei nostri genitori ha sostituito tutte le figure, padre, madre, tutte.
Che cosa faceva?
Era originario di Chieti, lavorava in Aeronautica e poi aprì il pastificio.
E suo padre Armando di dov’era?
Di Frisa. Classe 1932, terzo figlio nato dalle seconde nozze di nonno Argentino, rimasto vedovo della prima moglie quando aveva già dieci figli. Papà era il tredicesimo.
E come arrivò a Pescara?
Ha lavorato tanto fin da ragazzino. Ha fatto il grossista di frutta e con i primi soldi fece i primi investimenti a Pescara dove conobbe mia madre Miria. Era una bella ragazza, si sposarono quando lei aveva 18 anni.
Ha parlato della scomparsa dei suoi genitori, quanti anni aveva lei?
Papà è morto a 54 anni, quando io ne avevo 18. Mamma cinque anno dopo, che avevo 23 anni e mia sorella Manolita tre di più, ed era già sposata. Ma mio fratello Andrea, più piccolo di 10 anni, era un ragazzino. Praticamente è stato il mio primo figlio, ma ho cercato sempre di non fargli pesare la situazione. Ha studiato il America, ha fatto le sue esperienze e oggi siamo di nuovo fianco a fianco, a lavorare insieme.
Ma all’epoca come avete fatto?
I miei fratelli mi diedero subito fiducia, e di fronte ai tanti che facevano a gara per “aiutarci” decidemmo di sbagliare da soli, ma di non cedere l’azienda. In qualche modo i cinque anni dopo la morte di papà avevo vissuto accanto a mamma che aveva cercato di seguire l’azienda, anche se condizionata da certi legami di amicizia da cui non riusciva a staccarsi. Ma ho visto e imparato molto.
Era l’inizio degli anni ’90, che periodo era per Pescara?
Per noi è stata una fase molto delicata, avevano dei terreni da sviluppare ma non era facile costruire, anche perché dopo la morte dei miei genitori i nostri terreni da edificabili di colpo non valevano più niente. È stata una battaglia amministrativa lunga, ma piano piano i progetti sono ripartiti.
La Caldora costruzioni ha realizzato tra le opere più significative in città, i palazzi della Regione di via Raffaello e il palazzo che ospita oggi il Bingo, dove aprirono i primi magazzini Gabrielli. Qual è il suo ideale di città?
Barcellona, Madrid, Copenaghen, Berlino, città dove la storia non contrasta con la modernità. Il futuro dell’architettura non è più costruire ma rendere migliore la qualità della vita in termini di viabilità, piste ciclabili. Ma pur volendo essere ottimisti, continua a non essere un buon momento, sia per il pubblico sia per il privato. A Pescara in questi anni è cambiato tutto, compresi abitudini e rapporti tra le persone. Nel bene e nel male si è tutto ridimensionato, la crisi c’è ancora e si vive vedendo il marcio dappertutto.
Torniamo a suo padre. Inevitabile parlare del sequestro, nel 1982.
Avevo 14 anni, quella mattina, vedendo la preoccupazione di mamma, mi svegliai con il pensiero che papà non era tornato. La sera prima mi aveva salutato con il solito sorriso, era uscito separatamente da mia madre, in una delle rare occasioni, ma non era rientrato. La mattina dopo la persona che veniva a prenderci per portarci a scuola vide lungo la strada di casa la macchina di papà ferma con i finestrini in frantumi. E da lì inziarono 16 giorni da incubo. Ma mamma fu bravissima. Il suo esempio nel tempo mi è servito tanto, più di tante parole sul femminismo. Gestì tutta la trattativa con i rapitori, contattando gli amici più fidati a cui i sequestratori avrebbero dovuto far riferimento, visto che ci bloccarono subito tutto e andava attivato un binario parallelo per il riscatto. Alla fine pagammo con i soldi che ci prestarono, ci aiutò più di una persona, soldi che poi restituimmo.
Il momento in cui rivide suo padre.
Ero al piano di sopra di casa con mio fratello che aveva 4 anni. Scesi le scale di corsa e me lo ritrovai con la barba, dimagrito, stanco. Ma sempre con il suo sguardo, il suo sorriso.
Che successe dopo il sequestro?
Arrivò la paura, ormai si era rotto qualcosa, papà non ci lasciava, la macchina blindata, la paura non l’ha più abbandonato, anche se ripartì subito con il lavoro, sempre puntando sull’unità familiare.
Che cosa si augura di aver ripreso da suo padre e che cosa da sua madre?
Da mio padre la forza e il coraggio, senza far mai mancare il sorriso, perché questo aveva di buono. Mia madre era una persona estremamente corretta, onesta, una persona di cui ti puoi fidare. Di carattere erano molto simili, portatori di valori forti, genitori severi, senza troppe smancerie verso noi figli, ma l’amore che ci hanno dato ce lo portiamo dentro fino ad oggi.
Pescara ama ancora suo padre, ha mai sognato che gli fosse dedicato qualcosa?
Spero di riuscire a intitolargli la piazza davanti a OperA.
Lei e suo padre, ci racconti un aneddoto.
Mi considerava il maschiaccio della famiglia, si è sempre fidato di me, c’era questa complicità, anche se io ero molto orgogliosa, dopo i litigi partiva il mutismo, me la prendevo. E lui mi ha insegnato la diplomazia, me lo ricordo come fosse ora, “ricordati che una volta sei incudine e una volta martello” mi diceva. Ho cercato di portare avanti quello che ha seminato, rispettando molto spesso anche accordi fatti da lui solo sulla parola, sulla stretta di mano.
Torniamo al calcio. Quando divenne presidente del Pescara, nel 2009, aveva il pancione, chi aspettava?
Felice, oggi ha sei anni. Ma poi è arrivata Miria, 4 anni, e c’è Giacomo, 18 anni.
Nel calcio c’è spazio per le donne?
Funziona come per gli uomini, si tratta solo di capire se ti puoi prestare a quella attività. Una donna può fare tutto, a condizione che sia lei per prima a farsi giudicare sui fatti e sulle capacità.
Una persona che ricorda con piacere della parentesi biancazzurra?
Eusebio Di Francesco, una persona seria, brava.
E Peppe De Cecco?
Peppe è stata un’occasione persa per la città, perché è appassionato veramente, aveva tutto da perdere e niente da guadagnare con il Pescara, la combinazione migliore.
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