Capezzali: sì alla ricorrenza ma puntando sulla satira

6 Gennaio 2017

di WALTER CAPEZZALI* Tra pro e contro per le “lingue lunghe” c’è una accettabile via di mezzo.Non intendo sottrarmi al cortese invito di dire “la mia” sull’eterna diatriba per la tradizione aquilana...

di WALTER CAPEZZALI*

Tra pro e contro per le “lingue lunghe” c’è una accettabile via di mezzo.Non intendo sottrarmi al cortese invito di dire “la mia” sull’eterna diatriba per la tradizione aquilana delle “lingue lunghe”: tra chi, armato di sacro fuoco moraleggiante, denuncia gli agnesini come i peggiori epigoni dell’aquilanità e quanti, sul fronte opposto, si ritengono gli unici veri depositari di questo spirito di appartenenza.

Da “agnesino” atipico quale io mi ritengo, impegnato soprattutto ad evitare che una certa terminologia di imitazione religiosa si trasformi in blasfemia (invito sempre gli amici a usare le virgolette nel parlare di confraternite, di devoti ecc.; la povera sant’Agnese, ragazzina martire del Terzo secolo, nulla ha a che spartire con la tradizione aquilana che si “celebra” nel giorno dedicato al suo ricordo), devo confessare una scarsa vocazione al “parlar male”.

È un dato di fatto che non ho mai raggiunto il gradino più alto della “confraternita” (obbligatorie le virgolette!) di appartenenza.

Sulla vexata quaestio posso soltanto dire che c’è la solita via di mezzo che sarebbe a mio avviso percorribile: basterebbe ricondurre la suddetta tradizione nell’ambito di una certa qual vocazione degli aquilani per una satira che nei due ultimi secoli ha coinvolto cittadini di varia appartenenza, dai popolani agli intellettuali. Il simbolo più arguto ed elegante ne è sicuramente l’Omnibus aquilano di Cesare Dionisio, pubblicato nel 1910, con le ammiccanti caricature dei personaggi cittadini e le altrettanto salaci quanto stringate didascalie; senza dimenticare le graffianti rubriche in dialetto apparse sui giornali cittadini tra Otto e Novecento. Qualcosa di più del “pettegolezzo” e della trivialità, sicuramente, con protagonisti affermati professionisti e salaci artigiani, del tutto meritevoli di appartenere all’aquilanità senza macchiarsi di criticabili bassezze.

Nei miei ricordi di diversi decenni addietro, quello spirito vivace, misuratamente ridanciano, l’ho riscontrato sulle labbra di eccellenti persone, sia sul piano sociale che su quello morale. Ed anche oggi riscontro quello spirito, carico di simpatiche frivolezze.

Dall’altra parte, c’è da dire che il tentativo posto in essere da più di un decennio per cercare di dare peso agli aspetti migliori della tradizione, se da un lato ha in effetti fornito buoni esiti (soprattutto il “recupero” del dialetto, ma anche la possibilità di offrire un contatto sanamente agonistico tra decine di associazioni che competono per la palma della “migliore”) dall’altro lato potrebbe assumere sapori eccessivamente “elitari” e potrebbe essere confuso con un tentativo di ammantare il tutto di una qualche “nobiltà”. Ma se il “Socrates parresiastes” è stato assegnato e simpaticamente accolto, tra gli altri, da personaggi come De Rita, Ciampi, Magris ed anche da un teologo di grande fama come l’Arcivescovo teatino Mons. Bruno Forte del quale rimane vivo il piacevole ricordo per l’intervento spigliato ed intelligente con cui salutò l’attribuzione; se quindi personaggi di non secondaria . importanza e di innegabile caratura hanno ritenuto di aderire allo spirito del “dire il male”, non può certo giustificarsi un approccio critico che non tenti di entrare nella disputa senza troppa puzza sotto il naso.

Salviamo dunque la tradizione, senza ammantarla di merletti eccessivi ma anche senza condannarla come esaltazione di aspetti retrivi e deteriori. Del resto, come si sa, la sera del 21 gennaio di tutti gli anni le “congregazioni” dei linguacciuti si ritrovano intorno a un tavolo e nell’impenetrabile orticello degli associati per un cimento che ha del goliardico, dove, per regola che credo rispettata da tutti, si parla “male” (su comportamenti, difetti, iniziative personali e quant’altro), ma sempre guardando in faccia il criticato. La maldicenza retriva, ovviamente, è un’altra cosa.

(*storico)

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