Caro gasolio, ora gli armatori minacciano i licenziamenti

PESCARA. Se a marzo le marinerie hanno deciso di interrompere la protesta contro il caro gasolio sperando in un aiuto del governo, ora la contestazione rischia di esplodere in maniera ancora più...
PESCARA. Se a marzo le marinerie hanno deciso di interrompere la protesta contro il caro gasolio sperando in un aiuto del governo, ora la contestazione rischia di esplodere in maniera ancora più fragorosa. Se ne parlerà sabato mattina, nel corso di una assemblea che si terrà a Pescara, all’Aurum. Ci saranno i rappresentanti di tutte le marinerie d’Italia, per decidere cosa fare, perché con il prezzo del gasolio alle stelle è difficile lavorare e guadagnare cifre dignitose. Ed è per questo che il malcontento già emerso a marzo, quando sono stati riconsegnati i documenti in Capitaneria di porto, non si è affatto placato, tanto più che il prezzo del gasolio continua a salire per cui i margini di guadagno si fanno sempre più risicati. «È un disastro, non si trova una soluzione», dice amareggiato e sconfortato Francesco Scordella, presidente dell’associazione Armatori Pescara, la cui disponibilità a mediare sembra essersi dissolta tra le difficoltà dell’ultimo periodo. «Così non si può lavorare, non ce la fai. Non ci hanno ancora fatto avere quelle quattro stupidaggini che ci avevano promesso in termini di aiuti e io rischio di mandare all’aria l’attività, per le spese da sostenere andando in mare. Prima la pandemia, ora la guerra: non si vede la luce, anzi si arriva all’esasperazione. E in queste condizioni l’unica possibilità è quella di licenziare tutti i marittimi: se sceglieremo di seguire questa strada, 30mila persone rimarranno senza lavoro, in tutta Italia. Poi diventerà un problema dello Stato, che se ne dovrà occupare con il reddito di cittadinanza», dice sempre Scordella. Si sente «abbandonato», fa notare che «non abbiamo la copertura della cassa integrazione» e accusa chi non si è occupato della pesca. «Sindacati e associazioni sono i primi responsabili di questa situazione, poi c’è la politica», e il pensiero va alle questioni mai affrontate in maniera davvero risolutiva come «i fondali del porto che sono sempre insabbiati». Per sabato prevede «una marea di partecipanti», essendo attesi i rappresentanti di tutte le marinerie, «ma tutte davvero».
Gli fa eco Massimo Camplone, un altro armatore che vive le stesse difficoltà e preoccupazioni. «Il prezzo del gasolio continua ad aumentare ed è arrivato a un euro e 10. Dobbiamo decidere cosa fare, con i nostri colleghi, visto che a Roma avevano ricevuto delle rassicurazioni ma fino ad ora non è stato fatto niente», prosegue ricordando l’incontro che si è svolto al ministero il 9 marzo nell’ambito di una protesta a cui hanno partecipato 500 persone, a livello nazionale.
Il sottosegretario al ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali Francesco Battistoni e Riccardo Rigillo, direttore della Direzione generale della pesca, avevano annunciato un contributo Covid per la marineria mentre era stata bocciata la proposta di un fermo anticipato che avrebbe consentito alla categoria di respirare, di non continuare a sopportare spese su spese, per lavorare (ma in quest’area lo stop è ammesso solo ad agosto). «Per compensare le spese del gasolio avevamo chiesto degli sgravi, di cui beneficiare per il pagamento dell’Iva o dei contributi, ma non se n’è fatto niente», ed era stato sollecitato uno stop dei mutui del credito peschereccio. Dopo le rassicurazioni ricevute a Roma, molti avevano deciso di tornare in mare, nel resto del paese, per cui si è dovuta adeguare pure Pescara. Ma resistere non è facile e nel giro di qualche settimana le marinerie hanno ricominciato a pensare che non si può rimanere con le mani in mano e che bisogna farsi sentire. Si comincerà sabato con un incontro che si annuncia molto partecipato, e in quella sede si studieranno le possibili vie di uscita. «La gente è arrabbiata, qui si rischia di licenziare tutti perché con queste spese a volte ci andiamo pari, altre volte ci perdiamo», conclude Camplone. E poi c’è il problema dei fondali: «quando troviamo il porto in secca vanno a dragare, ma solo per far vedere che fanno qualcosa».

